Elucubrazioni e violenze sull’immersione sloterdijkiana

Riflessioni a partire da: P. Sloterdijk, La costruzione telematica del reale, in Aut-Aut, Il Saggiatore, 336 ottobre-dicembre 2007, pagg. 104-123. Di Sloterdijk (e del suo progetto alla Hochschule für Gestaltung a Karlsruhe, in Germania) ha ampiamente e ripetutamente parlato il Prof. Giuseppe Raciti nel suo sito, tra le sue «letture».

L’intuizione magica agisce sul reale ad un differente livello rispetto all’azione tecnica. Il termine di passaggio tra la magia e la tecnica è la metafisica.
La magia penetra l’essenza dei naturalia attraverso il medium della parola in quanto formula, ossia piccola forma da cui la materia è determinata. La magia è forma che opera con formule. La tecnica strumentalizza la natura tramite la tecnologia; la natura è tutto uno strumento che si agisce, che agisce su sé medesimo; ciò che è formula è tacciata di purezza, perché il fine rimane l’applicazione. Così la matematica pura, la fisica teorica appaiono monche, in attesa di materializzarsi, di trovare una materia che pretende di determinare le formule fisiche o matematiche. La tecnologia, in quanto materia della forma tecnica, è ciò che lasciando indeterminata la propria forma è in costante paradosso.
La domanda che urget nos è la seguente: che cos’è la metafisica? Anticipo la risposta: è il crocevia e lo snodo da cui ed in cui eternamente ritornano lo spazio ed il tempo. La costruzione telematica (nell’articolo in questione che io forzo sino allo stupro) è indagata da Sloterdijk anche partendo

dal principio che non esista nulla nella tecnica che non sia prima presente anche nella metafisica – ma anche dal principio che tutto ciò che esiste nella metafisica, esisteva prima nella magia o nel pensiero arcaico. (pag. 120)

Ed allora nella magia spazio e tempo convergono; non sono solo tangenti, ma addirittura sovrapposti o sovrapponibili. Nella tecnica spazio e tempo divergono; paiono due dimensioni o addirittura due uni-versi paralleli. La teletecnologia «ci permette di produrre una vicinanza lontana – una lontananza vicina» (pag. 121). Sulla frattura spaziale della lontananza, interviene il tempo che annulla la distanza spaziale e approssima in una vicinanza temporale: si dà lontananza spaziale e poi, solo poi, vicinanza temporale: lo spazio rimane tale, chi non è qui presente spazialmente, lo è temporalmente in un altrove che perde di relatività temporale. La vicinanza teletecnologica è una contemporaneità. Non a caso questi concetti sono stati introdotti dal campione della temporalità uni-versale del dio cristiano:

va ricordato che Agostino è stato il primo a coniare queste definizioni, perché parla di dio che è lontano alla vicinanza e vicino alla lontananza. (ibidem)

Addirittura pare che la teletecnologia voglia del tutto scavalcare la spazialità, che rimane come un dato morto ed indifferente, a favore di una sempiterna contemporaneità. Riguardo alla possibilità di azionare tramite le onde cerebrali qualcosa su componenti elettroniche, a muovere un puntatore sullo schermo (si veda in questo sito: Dal cervello allo schermo), con possibili sviluppi per una tecnologia telepatica, ebbene tutto ciò per Sloterdijk significa che

viene ripristinata […] anche l’intimità. Significa che se io penso a te in questo momento e tu sei lontano da me, dovrebbe suonare il tuo telefono interno e dovresti sapere che io ti sto pensando. (ibidem)

Ecco, un’altra prova dell’indifferentismo nei confronti della distanza a favore della contemporaneità. Ma l’aggiunta successiva svela il trucco ed il vizio: «È qualcosa che sembrerebbe verificarsi in coloro che si trovano in uno stato di telepatia erotica acuta» (ibidem). In quest’ultima situazione, invero, troviamo la metafisica confluenza spazio-temporale, l’eterno tentativo di ritornare identicamente all’identità somatopsichica (perché spazio-temporale) dell’altro. La natura lussuosa ed eccessiva sta proprio nella completa congruenza di spazio e tempo nell’intimità erotica. La pretesa di costituire un tutto nell’atto erotica, travalica l’umano ed in ciò schiude il divino. Sloterdijk infatti afferma:

gli dèi sono tipiche reazioni eccessive dell’uomo al cambiamento del mondo, sia in senso patologico, sia in senso estetico e creativo. Infatti soltanto dove ci sono reazioni eccessive c’è poesia. Quando vedo mia moglie posso avere una reazione che può essere normale oppure eccessiva; se mi limito a una semplice reazione, ciò significa che il matrimonio non funziona bene; ma se la mia reazione è eccessiva, ciò viene in fondo preso da lei come un complimento. Ed è in questa piccola differenza che sta il valore aggiunto della cultura. Si potrebbe dire, allora, che gli dèi sono la garanzia di questo valore aggiunto […]. (pag. 115)

La garanzia della cultura è divina; la salvaguardia del divino, contrariamente all’abitudine, va preservata dall’intelligenza;

ma l’annuncio che l’intelligenza esiste deve essere trasmesso, diversamente da quanto accade nelle religioni, non attraverso proclami, profezie, o buone novelle, bensì attraverso l’argomentazione – come pure attraverso i racconti. (pag. 123)

Ancora una volta la congruenza tra l’argomentazione atemporale allocata orizzontalmente ed il racconto, ossia la storia cui lo spazio guarda attraverso le impermeabili finestre temporali. Perché, a discapito della verticalità per cui esiste una «verità alla quale siamo collegati individualmente» (pag. 119), le idee non cascano dal cielo. Quando ciò accade, rompono sempre la testa di qualcuno.

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