Nove anni fa presso la Princeton University Press usciva il volume The Hunting Apes di un professore di antropologia della University of Southern California, Craig B. Stanford. Il sottotitolo della traduzione italiana (curata da Isabella C. Blum, edita da Longanesi nel 2001) recita L’introduzione di carne nella dieta e le origini del comportamento umano. De Le scimmie cacciatrici non mi soffermerò a delineare tutte le parti in maniera analitica; piuttosto mi concentrerò sulla tesi generale e sulle sue conseguenze più importanti, lasciando ad altro momento delle considerazioni sul darwinismo suggerite dal volume.
In questo libro sosterrò che le origini dell’intelligenza umana sono legate all’acquisizione della carne nella dieta, soprattutto attraverso l’evoluzione delle capacità cognitive necessarie alla condivisione strategica di tale alimento con i membri del gruppo (p. 13).
Il passo appare chiaro eppure dopo pochissime pagine la statuizione viene in parte corretta. Stanford pensa infatti che
l’idea dell’Uomo-Cacciatore fosse fatalmente difettosa, in primo luogo per l’enfasi che poneva sul ruolo della cognizione ai fini dell’acquisizione della carne piuttosto che della sua condivisione nel gruppo; e in secondo luogo per l’inconsapevole ignoranza del ruolo delle femmine nel sistema di controllo di quella risorsa (p. 19).
Ancora da chiarire resta il rapporto tra intelligenza e attività venatoria dell’uomo: quale la causa, cioè, e quale l’effetto. Il dubbio resterà anche una volta completata la lettura. A metà del libro pare si discuta di una coevoluzione (in direzioni opposte) di intestino e cervello, sulla scorta (poco convinta) delle ricerche di Aiello e Wheeler secondo le quali
le specie che consumano una dieta di elevata qualità nutrizionale [cioè con carne] mostrino un maggiore sviluppo del cervello rispetto a quelle che consumano diete più povere. Questo deve ancora essere dimostrato. Tuttavia, il concetto che una dieta di elevata qualità liberi il metabolismo di un ominide in via di evoluzione così da consentirgli di sviluppare un cervello sempre più voluminoso è estremamente affascinante perché spiegherebbe sia la tendenza verso una maggiore encefalizzazione, sia quella verso l’introduzione di maggiori quantità di carne nella dieta, entrambe effettivamente verificatesi nel corso dell’evoluzione della stirpe umana (p. 58).
Più in là, invece, pare che l’espansione del cervello sia da considerarsi una «risposta alla necessità di trovare e catturare le prede» (p. 111). Alla fine, si comprende bene che non c’è alcun interesse nel chiarire la questione (e dubito si tratti di problemi di traduzione).
Io ipotizzo che – a causa delle complessità implicate dalla condivisione della carne di altri animali – l’abilità di servirsi di questa risorsa alimentare a scopi nutrizionali sia facilitata, in un primate sociale, da un livello relativamente alto di intelligenza. La condivisione del cibo richiede un livello di encefalizzazione riscontrabile solo fra le grandi antropomorfe e gli esseri umani (p. 201).
Prendiamo per buona l’ultima affermazione e abbandoniamo la questione causale. Non fosse altro che per lo stesso Stanford «non è chiaro (…) quale sia l’importanza di un semplice aumento di dimensioni rispetto a un’organizzazione più efficiente» (pp. 185-186), a livello neuronale, dell’organo cerebrale.
Dedichiamoci quindi ad approfondire la tesi dell’antropologo. Una volta mostrato come il consumo di carne sia un’attività culturale – nel senso che è «una tradizione appresa che può essere sradicata o inaugurata a seconda della composizione del gruppo» (p. 36) – tanto che alcuni autori hanno ipotizzato che i primi ominidi si limitassero spesso a nutrirsi – quanto a carne – di carcasse e non fossero predatori, Stanford non intende porre l’attenzione sull’atto venatorio in sé ma più precisamente sul momento della condivisione del bottino, una volta conclusasi la battuta di caccia. E questo momento viene messo in relazione al sesso e al potere. Vediamo come.
Al momento della condivisione si innescano dei meccanismi che vanno al di là del puro istinto naturale, o meglio – che si possono definire complessi: diventano attività sociali vere e proprie. Il fatto stesso che il bottino venga condiviso – soprattutto nel caso in cui siano stati abbattuti animali di grossa taglia – è già un atteggiamento che denota una schematizzazione dei rapporti sociali non indifferente; questo cosiddetto «egalitarismo» ha lo scopo di garantire che, nella media delle battute di caccia, tutti si acceda al cibo e che si evitino eventuali «questuanti», elementi del gruppo che elemosinano pezzi di carne (senza aver faticato) rendendosi petulanti e fastidiosi. «Nelle relazioni egalitarie esistenti fra i cacciatori-raccoglitori, assistiamo al formarsi delle mente umana» (p. 202), giacché – e qui compiamo un passo importante –
quando la carne diventa una risorsa non solo alimentare, ma anche una valuta sociale – un modo per aiutare il singolo a ottenere quello che vuole nel gruppo –, non stiamo osservando altro che l’emergere dei sistemi sociali umani basati sul baratto e la valuta. Nelle società umane e in quelle di alcuni primati, il consumo di carne ha a che fare non solo con la nutrizione, ma anche con la politica. Il controllo di una risorsa a cui viene attribuito un valore ha a che fare con il potere (p. 207).
Sì, perché il consumo di carne, precisa Stanford, non ha alcuna preminenza energetica rispetto ad una dieta vegetariana – anzi gran parte del fabbisogno energetico viene fornito da frutta e termiti, alla raccolta delle quali sono adibite molto spesso le femmine, mentre i maschi si dedicano alla caccia della carne. Ma perché tali atteggiamenti sociali (di potere, politici) si verificano per la condivisione della carne e non invece per quella, ad esempio, delle bacche? Stanford sottolinea questo aspetto perché cruciale: sottovalutata da un punto di vista energetico (quindi puramente naturale), la carne è ambita da un punto di vista culturale. Quella dell’antropologo californiano è infatti una teoria del consumo della carne che definirei “non riduzionista”, limitatamente al senso in cui la carne possiede un valore non intrinseco ma sociale, è una merce di scambio, una valuta. A questo punto entra in gioco l’altro aspetto fondamentale della vita umana, la sessualità – legata a doppio filo col potere. Facciamo prima un passo indietro e partiamo dall’impronta di genere (maschile) che la teoria dell’evoluzione ha avuto nella sua storia, anche recente.
L’attività venatoria (…) richiede che i cacciatori comunichino fra loro e agiscano in modo coordinato, il che conferì un notevole valore adattativo all’intelligenza e alla capacità di comunicare per inseguire e cacciare prede potenzialmente pericolose. Gli uomini facevano tutto questo, le donne no. Washburn e Lancaster stabilirono inoltre un collegamento fra il profondo amore dell’uomo per la caccia e la sua attrazione ugualmente profonda per la guerra e gli atti aggressivi. Il fatto che siano quasi sempre i maschi a compiere tali atti servì a rinforzare l’idea che, nelle società umane, gli uomini occupassero per diritto naturale il ruolo affascinante di foraggiatori intelligenti, procacciatori della carne e conquistatori. Da allora, le teorie sull’evoluzione dell’uomo andarono concentrandosi sulle attività maschili, riconoscendo in esse il nucleo degli adattamenti umani, e trascurando quelle femminili (p. 46).
In più, gli studi di Dart degli anni Venti del secolo scorso contribuirono a costruire quell’idea di ominidi come killer incalliti «assetati di sangue. Da allora gli antropologi sono stati ossessionati dal comportamento carnivoro degli esseri umani» (p. 113). Poi con gli studi di Brain e Binford si cominciò a dubitare di tale idea, dato che l’uomo non solo fu cacciatore solo dal tardo Pleistocene, «cancellando con ciò ben due milioni di anni di storia venatoria che si presumeva avessero avuto luogo fino ad allora» (p. 114), ma addirittura nella maggior parte dei casi egli era una preda piuttosto che un predatore. In fin dei conti,
la carne è una risorsa difficile da ottenere sia nelle società umane sia in quelle di molti altri primati – una risorsa alla quale viene accordata una considerazione esagerata se si pensa al suo reale valore nutrizionale. E in quanto risorsa molto ambita in entrambi i sessi, ma solitamente portata a casa solo dai maschi, ecco che la carne diventa un fattore importante nello sforzo di questi ultimi diretto a influenzare il comportamento delle femmine, e viceversa (p. 215).
La carne è una merce di scambio, come dicevamo. L’antropologa Janet Siskind non esita a precisare: «“la carne viene scambiata col sesso” [che – continua Stanford –] rappresenta per gli uomini l’incentivo a cacciare, e i migliori cacciatori hanno una chance in più di avere mogli e amanti» (pp. 220-221). Stanford cita poi un testo di Carol Adams, un’antropologa femminista che si spinge oltre: secondo Adams,
quando i maschi controllano una risorsa come la carne, alla quale viene cioè attribuito una grande valore, la sua reale importanza in termini nutrizionali diventa, in larga misura, questione di mito. I tuberi e i legumi assicurano una dieta ugualmente ricca di proteine. Ma in alcune culture gli uomini consumano carne nella convinzione che essa dia loro le forze necessarie per lavorare. Si pensa che le donne non ne abbiano bisogno. La carne è anche, quasi universalmente, nelle società industriali dell’Occidente come in quelle dei cacciatori-raccoglitori, un simbolo di mascolinità, e si pensa che il suo consumo potenzi la virilità. (…) Forse è così perché il consumo di carne è associato alla cattura delle prede e alle altre qualità mascoline tradizionalmente legate alla caccia (pp. 216-217).
Inutile dire quanto sia vero, con le dovute restrizioni, ancora oggi. Stanford interviene dicendo però che Adams
ritiene che la carne sia un simbolo sinistro di un mondo dominato dai maschi, radicato, più che nella realtà, nei miti patriarcali. L’idea che le fondamenta del patriarcato debbano essere ricercate solo in caratteri mitici associati alla dominanza del maschio, tuttavia, non coincide con la realtà biologica (p. 217).
La cosa non stupisce, meglio – non affascina. Stanford sguaina il riduzionismo conservato finora: «solo un’interpretazione biologica della relazione fra carne e dominanza maschile può affrontare in modo completo le origini delle società patriarcali» (pp. 217-218). Attenzione: prima si nega che “solo” i miti possano spiegare la dominanza maschile, suggerendo magari un buon bilanciamento con la biologia – ma poi si afferma che “solo” la biologia può farlo.
Completiamo piuttosto il discorso sul legame tra sesso e potere.
La fecondità, l’elevato rango sociale e l’intelligenza sono tre qualità importanti grazie alle quali una femmina può ottenere la carne. Poiché nessuna femmina è feconda per più di una piccola porzione della sua vita, e solo poche femmine possono essere di alto rango, la maggior parte di esse deve fare affidamento sulla capacità di manipolare l’ambiente sociale – maschi compresi – proprio nel momento in cui i maschi cercano con tutti i mezzi di manipolare loro. In una società di primati, pertanto, la vita ha a che fare con il potere e il controllo, non tanto dei maschi sulle femmine, quanto di ciascun sesso sull’altro (p. 220).
Come anticipato, di altri aspetti si dirà in altro momento. Aggiungo tuttavia che secondo Stanford la cruda descrizione dei processi legati sia alla caccia di carne che ai rapporti tra i sessi non deve indurre in tentazione gli uomini moderni: noi, infatti, non
abbiamo una natura istintivamente aggressiva. (…) Gli esseri umani non sono demoni per natura; nonostante la violenza umana attiri molto la nostra attenzione, per ogni atto di aggressività ne vengono compiuti migliaia che esprimono compassione (p. 223).
Un sospiro di sollievo. E non solo: le ultime parole del libro danno addirittura speranza. «Una comprensione più completa della nostra natura ancestrale è, comunque, il primo passo verso la liberazione» (p. 224) dal male. Amen.