«Odissea nella biblioteca di Babele»

Teatro Coppola – 12 maggio 2012. Presentazione del volume Umberto Eco: Odissea nella biblioteca di Babele di Marco Trainito.

Il libro che abbiamo il piacere di presentare stasera qui a Catania ha avuto, nei mesi scorsi, ben altri onori seppure in sedi meno cariche di storia. In particolare, penso alla presentazione che si è tenuta a Milano in presenza dello stesso Umberto Eco, che ha usato parole di grande elogio per il lavoro svolto da Marco Trainito, l’autore del volume. In quell’occasione era presente anche il direttore della collana ospitante il volume, “I Cento Tàlleri” della casa editrice bolognese “Il Prato”.
Stasera, noi di Sitosophia, siamo perciò molto onorati di poter presentare questo libro al pubblico catanese. Tra l’altro, una importante appendice al volume è costituita da una intervista a Umberto Eco apparsa originariamente proprio nel forum di Sitosophia: Trainito vi aveva pubblicato una versione precedente rispetto a quella che compare nel libro [167ss] e, molto generosamente, cita appunto il nostro sito. Ci fa molto piacere discutere oggi il libro di un autore che da anni partecipa attivamente al nostro piccolo progetto culturale in rete.

Lo scopo esplicito del volume è mostrare il nesso tra i romanzi e i saggi di Eco (47). Nello sciogliere i nodi che infittiscono le trame dei romanzi, Trainito svela – anche allo stesso Eco – non solo il preciso effetto degli studi semiotici e filosofici dell’accademico sulle sue prose, ma anche la complementarità delle due diverse forme di scrittura quasi ad eleggerle a unico grande mezzo per addentrarsi negli affascinanti temi sollevati da Eco. Temi che, per l’appunto, sono trattati in modi solo apparentemente diversi: Trainito ci suggerisce di affrontare questi temi accompagnati indistintamente dall’Eco semiologo di successo e dall’Eco romanziere di successo. Un’eco a destra e un’altra a sinistra non producono, secondo Trainito, una cacofonìa – cioè dei suoni indistinti e confusi – ma, al contrario, sortiscono l’effetto di una modalità di ascolto particolare: la stereofonìa. Quali sono, dunque, le voci che ci giungono da ogni parte, una volta addentrati in questa selva?

Da un canto come dall’altro viene prospettato un unico sentiero, il sentiero dell’analisi dei segni. Non l’interpretazione, non l’ascolto, non l’inseguimento, non la costruzione, né ancor meno la decostruzione, bensì l’analisi — dei segni. I sentieri sono molti e impervi, ma Trainito – insieme a Eco e in certo senso in modo più netto rispetto a Eco – indica il sentiero dell’analisi. E la filosofia cosiddetta “analitica” si annoda in questa maniera, pagina dopo pagina, alla semiotica.
Nella selva dei testi si può entrare in molti modi, a quanto pare: i segni – i “semi” – che compongono un testo (di cui è, appunto, “disseminato”) si possono interpretare (come si usa fare con il testo legislativo e con quello sacro, non a caso legatissimi), ma ciò spalanca le porte al lettore al punto tale che il testo perde spessore. Si possono ascoltare, cogliere cioè con le orecchie della mente e disporsi in un atteggiamento passivo in modo che il testo sia totalmente padrone (ma padrone di un che di nullificato, “padrone” dunque di niente). Si possono inseguire, questi segni, correndo il grande rischio di perdersi completamente, smarrire ogni sentiero tracciato e perdere il senno (la differenza rispetto al mettersi all’ascolto è sottile ma esiziale). Si possono poi costruire: ovvero possiamo concepire un segno come qualcosa in via di facimento mentre noi lo osserviamo (la nostra attività è in tal caso massima e la passività pessima); oppure ancora, i segni si possono decostruire, quando ci si sforza di ammirare con occhi antichi il livello di disseminazione dei segni e dei sensi al di là di essi nascosti. A dispetto di tutto ciò, Trainito sceglie la via tanto battuta oggi dell’analisi (secondo gli analitici, mai battuta abbastanza, s’intende).
Il bello (e quindi il buono) del libro di Trainito è che davvero per certi tratti si avverte quasi un senso di smarrimento nella selva dei segni, nella biblioteca borgesiana dei libri. Questo smarrimento, certo ineludibile per chi sceglie di stare davvero a questo mondo, viene lenito dall’analisi. La filosofia analitica, con i suoi tecnicismi, con le sue parole chiave, con il suo linguaggio stra-ordinario, paradossalmente non intende far altro che andare incontro al lettore affaticato e al viandante turbato. Trainito prende persino le parti di questo lettore, lo aiuta a suo modo passando anche all’attacco: definisce una «patologia» quella ermetica e «decostruzionista» [57, n. 28]. «Ermetica» è la sapienza divina del dire (e se è divina è preclusa al comune mortale; l’«ermeneutica» è, in origine, la scienza “infusa” del dire) e l’analisi del linguaggio intende abbattere questa distanza tra umano e divino, intende rivelare la natura umana-umanistica del linguaggio, come se fosse un’invenzione e non una scoperta. Così nasce la “semiotica generale”, e non a caso Umberto Eco oggi cerca di rinnovare l’attenzione sulla “ricezione” dei testi. (Si pensi al falso problema del “lettore modello” [41-42] o del “lettore medio” [121].) La ricezione, dunque: il ‘verso chi’, non il ‘da dove’ muove un testo, posto che un testo si muova. E il libro di Trainito, per meglio centrare la figura complessa di Eco, non può non muoversi in questa direzione, per l’appunto, “analitica” (nel senso che abbiamo cercato di dire).

Potremmo parlare di una via di mezzo, potremmo parlare del sentiero mediano, – in qualche modo toccato da Eco e seguito da Trainito per certi tratti, – quello che sta nel mezzo tra, da un lato l’ermetica e il pantestualismo, e dall’altro la semiotica generale e lo studio analitico dei segni. In mezzo sta il testo inteso come oggetto artistico, tanto vicino (ma forse solo nell’immaginazione) al “testo estetico” di cui parla Eco [21-22, 101]. Non è questa la sede per andare così in profondità: lasciamo al lettore l’eventuale piacere perverso di scovare questi e altri nessi. Ce ne sono davvero tanti.

Ma torniamo all’analisi, sulla quale naturalmente finiremo fra breve (quando si parla la ricezione conta moltissimo, conta niente quando si scrive, quando c’è di mezzo un testo: che ora si legga è un pretesto, questo qui è davvero il “morto orale” di cui tace Carmelo Bene). Non è un caso se il libro di Marco Trainito si apre con una citazione dal Big Typescript, l’ultimo scritto (ancora in parte inedito in Italia) del filosofo Ludwig Wittgenstein, cui Trainito è molto legato fin dai tempi della tesi di dottorato. È da questo filosofo viennese, frainteso dagli spiriti d’Europa e d’America non più né meno di quanto egli stesso temesse, che vien fuori – si può dire – la messa al bando di ogni mistero legato al linguaggio. Non c’è nessun segreto, pare dica l’Eco. Così risuonano anche le parole di Trainito, insieme a Wittgenstein. Cosa dice la citazione? Dice che la filosofia analitica sembra tanto complicata solamente perché i filosofi si ostinano a ingarbugliare la filosofia, si ostinano a incrementare il dizionario filosofico, si ostinano a solidificare. Mentre invece la filosofia va sciolta: e il filosofo analitico, a forza di sciogliere, ha pressoché dissolto la filosofia. Che, pur tuttavia, non sembra poi essere finalmente tanto semplice. A forza di semplificare, le cose forse si complicano. La chiarezza, forse, è amica del pensatore ma nemica del pensiero.

Per questo preciso motivo troviamo nel libro riferimenti piuttosto chiari alla «balla rosacrociana» [113], ai «ciarlatani dell’occultismo» [118] e al «ciarpame della letteratura iniziatica» [125]. Uno studioso di Wittgenstein serio come Marco Trainito non poteva pensarla altrimenti. Si pensi alle citazioni seguenti: «L’enigma non v’è. Se una domanda può porsi, può anche avere una risposta» [Tractatus, 6.5; trad. it. di A. G. Conte]; «Un collegamento fra simboli che esista ma non si lasci rappresentare attraverso passaggi simbolici è un pensiero che non si lascia pensare. Se il collegamento c’è, deve anche lasciarsi vedere» [Osservazioni filosofiche, 174j; trad. it. di M. Rosso].
A proposito di simboli (perché, naturalmente, Wittgenstein pensa in prima istanza a quelli logico-matematici), nel libro si fa cenno anche alla lingua adamitica e alla ricerca, studiata a fondo da Umberto Eco, della “lingua perfetta” [68-69].
Ecco. La ricerca ossessiva della lingua perfetta induce – a causa dello scoramento in cui getta il ricercatore – a rifugiarsi nella “precisione” della matematica (con l’unico risultato di contaminare la matematica). Così gli “analisti” smisero di cercare e iniziarono a analizzare ciò che non si è mai dovuto cercare, ma si è sempre avuto: il linguaggio “ordinario”. Un ricercatore che approda all’ordinario — sembra proprio la fiaba della accademia più felice.

Per tagliar corto. Trainito riporta a un certo punto una citazione di Umberto Eco, la seguente: «Il pensiero ermetico trasforma l’intero teatro del mondo in fenomeno linguistico, e contemporaneamente sottrae al linguaggio ogni potere comunicativo» [I limiti dell’interpretazione, 1990]. Difficile, forse, trovare in Eco una frase più profonda di questa [140-141]. Il timore è che ci sia una grande «ironia» da parte sua, perché per Eco – qui vicinissimo allo scienziato come al filosofo analitico (merito di Trainito è proprio aver scorto questa prossimità) – il potere del linguaggio sarebbe quello comunicativo, cioè starebbe tra una persona e un’altra (a uso e consumo di queste), e non si manifesterebbe, al contrario, nel portare quella comunicazione in una dimensione teatrale (o ‘mondiale’ e infatti ciò che è fuori dalla scena, l’osceno, è immondo).

Queste riflessioni, s’è fatto chiaro, segnano una distanza difficilmente colmabile con gli orizzonti del testo di Trainito. E tuttavia il mio intento, se ce n’è uno, è quello di mostrare che proprio un testo come questo può muovere alla riflessione persino chi non condivide appieno i punti di partenza del suo autore. Di queste riflessioni dunque ringrazio Trainito e a lui le rivolgo in forma di domanda. Chiudo, però, con una bellissima citazione [56] che mi lascia immaginare Marco Trainito cimentarsi nella traduzione del passo e, al di là di ogni “analisi”, farsi del tutto rapire dalla magia dei nomi. Si tratta di un Borges tanto esplicitamente platonico quanto implicitamente babelico:

Se (come afferma Platone nel Cratilo)
Il nome è l’archetipo della cosa,
Nel nome della rosa è contenuta la rosa
E il Nilo nella parola Nilo.

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