Maledizione

Per la presentazione di M. Sciotto, Un Carmelo Bene di meno. Discritture di «Nostra Signora dei Turchi» (Villaggio Maori Edizioni, Catania 2014) ― Libreria «Vicolo Stretto», Catania, 28 novembre 2014.

Come Cateno [Tempio], anch’io ho dei problemi col porno: «troppo maturo», ma quantomeno non mi innamoro più «come un adolescente». Cateno chiude così: «I santi pensano solo all’orgasmo, alla masturbazione e a vedere Madonne. Solo un idiota può aspirare alla santità».
Vorrei solo porre l’attenzione sulla parolina ‘solo’. Il punto è proprio quello: a volte può capitare di pensare all’orgasmo o alla masturbazione, più raramente può anche capitare di vedere Madonne per qualche istante ma è una cosa che resta fuggevole, non permane, vola via tra le altre cose e ci si fa prendere dal mondo, si torna preda del mondo. Il santo è colui che non pensa mai ad altro: pensa “solo” a quello. Il che lo rende una figura pressoché impossibile. Anzi, è proprio una figura e nulla di più. Ma neanche nulla di meno.
Questa figura, niente più niente meno, dipinge Carmelo Bene.
Continuo citando dal libro di Marco, parlando sempre di Nostra Signora dei Turchi:

Non c’è trama, non c’è plot, non c’è messaggio, ma c’è un fine. […] Se il fine interno al romanzo è ottenere uno stato di idiozia che conduca al depensamento e se il suo corrispettivo esterno al romanzo è la sospensione della rappresentazione, della narrazione, va da sé che la strada che conduce a tali fini non può non passare per la decostruzione della trama, per il suo annullamento, per l’annullamento di un plot che sarebbe mera catalogazione cronologica di eventi, da un punto A ad un punto B. […]. Si tratta di ignorare se stessi come soggetti storici e legati alla Storia. Di ignorare insomma se stessi come esistenti, laddove l’esistenza è ritagliarsi un segmento nella retta fasulla del tempo.

Riepiloghiamo il passo: il fine del romanzo di Bene è quell’idiozia che porta al depensamento (per intenderci, quello del porno o del santo), fine che è raggiunto attraverso l’annullamento di un percorso lineare che andrebbe dal punto A al punto B, a favore invece di un’assenza, cioè dell’ignorare di essere nel tempo, in quanto il tempo è una «retta fasulla».
Bene. Ma cos’è una retta fasulla? Non è altro che un cerchio. Il tempo è dunque un circolo. Propriamente il tempo è il circolo di coloro che hanno tempo.
Quindi il santo depensa perché ignora sé stesso, perché si trova fuori dal circolo.
Si direbbe che il santo è quello che ha tempo da perdere, o meglio: è colui che perde tempo e nemmeno se ne rende conto.
In questo senso, chi dice che Carmelo Bene ha solo perso tempo non sbaglia.
Perdere tempo significa guadagnare spazio. E allo stesso modo, in questo senso, chi dice che Carmelo Bene s’è guadagnato il proprio spazio non sbaglia.
Il fatto che più interessa a noi, dunque, è questa amara conclusione: finché continueremo a far parte di quel circolo di coloro che hanno tempo, non ci sarà spazio per noi.

Come faremo allora ad avere un po’ di spazio? Semplicemente perdendo tempo.
Ma la cosa difficile è proprio perdere tempo. (Io mi sto impegnando al massimo, stasera.)

Torniamo al libro di Marco, laddove proprio si cerca di capire come fare a perdere tempo. Si dice giustamente che il miglior modo è quello di perdere il dono della parola, il “dono” del senso. Che più che un dono, in questo senso, è una maledizione (è il caso di dirlo). La parola, in sostanza, non è altro che una maledizione.

Lo sdoppiar l’immagine e fissare ininterrottamente questo sdoppiamento è come il ripetersi continuo di una parola […] finché essa si perda nella ripetizione differente e sempre più afasica. Non per nulla, anche questo è un esercizio utilizzato dal protagonista di Nostra Signora dei Turchi, nella propria corsa verso l’idiozia:

Quasi nel fuoco della esaltazione, volle strafare umiliandosi fino a sembrargli di pronunciare la parola “provincia”. Si arrestò alla “p” che ripeté come un pesce cercando di meccanizzarla onde stancare, nell’esercizio labiale, l’ostinazione deleteria di quel pensiero, viziando la salivazione in bolle sempre più , sempre più libero e un istante, almeno uno perfetto. Quattro secondi al massimo: questa la media migliore che avesse fin qui registrato. Non pensare alla parola santo quattro volte e nemmeno sentirsi investito, equivaleva ad esserlo per quattro secondi.

Anche sul piano del linguaggio, allora, lo speculare prende il posto dello speculativo: l’ostinazione deleteria d’un pensiero si traspone nel gioco di specchi della nominazione e della sua ripetizione, del prendere corpo nella bocca e nella sua produzione di fluidi e nel suo immediato riflesso allo specchio che la rende simulacro del simulacro di un pensiero che s’è fatto parola. Parola che diventa una bolla, che a sua volta diventa il riflesso di una bolla: questo è l’equivalente del corpo che diviene immagine specchiata. Questa è una chiave per l’idiozia, per il depensamento e, allora, una chiave per la santità. Per una santità, naturalmente, è inutile ripeterlo, à la Giuseppe Desa, nel quale santità fa rima con idiozia e queste due, insieme, conducono alla perfezione di un’assenza.

Ripetiamo insieme: «l’ostinazione deleteria d’un pensiero si traspone nel gioco di specchi della nominazione e della sua ripetizione». Nominazione e ripetizione.
A forza di parlare, a forza di dire sempre le stesse cose, diventi muto.
È l’augurio più grande che qualcuno potesse farci. E che nessuno può farci.

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