Etnografia digitale

Oggi il mondo tende a digitalizzarsi e tale processo viene identificato col progresso stesso (laddove ciò non accade viene detta «area sottosviluppata»). Un docente di Antropologia culturale presso l’Università del Kansas (USA), Michael Wesch, intrattiene con i suoi studenti un rapporto molto attivo, integrandoli e coinvolgendoli (come d’uso negli Stati Uniti e in altre nazioni) nelle proprie ricerche in questo campo.
Ha anche caricato su YouTube alcuni video che non solo tentano di spiegare cosa sia la rete, quante possibilità offra e come si possa utilizzare, ma soprattutto accenna – da bravo antropologo – alla questione esistenziale. Noi siamo macchine, la rete siamo noi: modificando la rete modifichiamo noi stessi, nel circolo naturale della nostra essenza tecnologica. Nel video che qui riporto scopriamo che l’ipertesto consente di separare la forma dal contenuto e, in questo modo, accedere ad un nuovo modo di elaborare l’informazione, senza renderci conto che separare la forma dal contenuto ci svuota completamente (questa è, però, la ricerca americana-mondiale, no?). Viene detto (in lingua inglese, naturalmente) che noi istruiamo le macchine ma che esse stesse siamo noi, che con la versione “2.0” il web diventa interattivo. Conclude Wesch che

dobbiamo ripensare alcune cose come il copyright, la paternità dei documenti, l’identità, l’etica, l’estetica, la retorica, la politica, la privacy stessa, il commercio, l’amore, la famiglia: noi stessi, insomma.

In un altro video ecco che diviene più esplicito il suddetto rapporto con gli studenti. Partecipano alla realizzazione del video, nel quale viene mostrato un insieme di statistiche sullo stesso argomento.

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