In una puntata del programma televisivo di RaiTre Parla con me, l’attore di teatro Ascanio Celestini ha recitato un brano da lui stesso scritto e intitolato Lo sciopero dei filosofi. Ho cercato il video nella rete ma non è reperibile (almeno fino ad ora). Su alcuni siti (Girodivite e FilosofiaPura) ne è stato tuttavia trascritto il testo che ripropongo pressoché fedelmente.
Il segretario se ne va dal presidente. «Oggi comincia lo sciopero», dice. «Nessuno è indispensabile», risponde il presidente, «chi sciopera? I fornai? Non si vive di solo pane. Mangeremo brioche, come diceva Maria Antonietta. Scioperano i medici? Ci prendiamo ’na mela, ché una mela al giorno toglie il medico di torno. Scioperano i giornalisti? In Italia i giornalisti veri saranno tre… Se si fermano non se ne accorge nessuno. Vorrà dire che salterà una puntata di Report e un paio di articoli sui giornali. Nessuno è indispensabile. Scioperano i teatranti? Ma perché… esiste ancora il teatro? Scioperano i calciatori? Se ne accorgono tutti, ma per una domenica può saltare pure il campionato. I calciatori se ne vanno al mare con le veline. I tifosi faranno a botte gratis da qualche altra parte. Torneranno a casa coi lividi, ma almeno avranno risparmiato i soldi dei bel biglietto. Nessuno è indispensabile».
«Signor presidente», dice il segretario, «oggi comincia lo sciopero dei filosofi».
All’inizio nessuno se ne accorge. Come se scioperassero le pulci sui cani o le carie nella bocca. Poi i filosofi incrociano le braccia davanti ai libri nelle biblioteche e nelle librerie, nelle scuole e nelle università. Incrociano le braccia davanti al pensiero. Senza i filosofi non si può pensare. Gli operai di Torino al funerale dei loro compagni non riescono a capire. Se ne vanno dai filosofi, da Carlo Marx, gli chiedono: «Perché ’sti cinque so’ morti? Perché lavoriamo otto ore al giorno e non bastano e ce ne vogliono altre quattro per portare a casa lo stipendio?».
Marx gli potrebbe dire che c’è stato un tempo in cui il lavoratore se ne andava al bosco che era di tutti, a prendere un pezzo di legno che diventava il suo, per lavorarlo con gli strumenti che erano suoi, per farci una sedia che era la sua, per venderla a un prezzo che faceva lui ed era un prezzo giusto. Adesso l’operaio va in una fabbrica che non è la sua, lavora con macchine che non può comprare, costruisce qualcosa che non gli appartiene e spesso non sa manco cos’è. «Questa è l’alienazione», gli direbbe Marx. Che non è una specie di tristezza come nei film degli anni Sessanta, ma un trucco del mercato per arricchire i padroni. Gli direbbe che il loro presidente del consiglio era il presidente dell’Iri ai tempi in cui la Thyssen Krupp è venuta a fare la spesa in Italia, ai tempi in cui il governo si svendeva le fabbriche. Che si sono comprati la loro acciaieria per chiuderla, come il proprietario di una macelleria compra la macelleria di fronte alla sua solo per azzerare la concorrenza. Ma non glielo dice perché oggi è il giorno in cui scioperano i filosofi.
In chiesa a metà della messa comincia lo sciopero. Il prete alza l’ostia e il calice e rimane con le braccia per aria. Pensa: «Che ci devo fare co’ ’sto pane e co’ ’sto vino?». Pure i cristiani non lo sanno e vanno tutti dal papa. Quello gli dice «credete e basta!», ma non lo sa il perché. Perché pure il papa ha bisogno dei filosofi. Pure lui senza il pensiero brancola nel buio della fede. Allora se ne va da Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, ma pure da Socrate e i presocratici, da Hegel e Benedetto Croce. Loro glielo potrebbero spiegare che Dio non entra in un pezzo di pane come un manzo in una scatoletta di simmenthal. Potrebbero dirgli che «la fede è una scelta», ma non lo fanno perché oggi è il giorno in cui scioperano i filosofi.
E pure il fornaio che fa i conti con la matita sulla carta del pane non è più capace di fare due più due perché la filosofia è anche pensiero matematico. E la gente per strada vede il sole che si muove nel cielo e non sa come fermarlo. E i filosofi glielo potrebbero dire che «non si può fermare perché il sole è già fermo!», ma non lo fanno perché oggi è il giorno in cui scioperano i filosofi.
Allora il presidente col segretario se ne va dai filosofi. «Che volete per fermare questo sciopero?», chiede.
«Vogliamo tutto, lo vogliamo subito e lo vogliamo per tutti».
E il presidente non glielo può negare. Il giorno dopo finisce lo sciopero. Lo sciopero dei filosofi, ma non quello dei fornai. «Vabbé, nessuno è indispensabile. Non si vive di solo pane». E dopo comincia lo sciopero dei medici e ci mangeremo ’na mela. Poi scioperano i trasportatori e in Italia finisce la benzina nei distributori. «Non importa, per un giorno ce ne andremo a piedi!». Straordinario sarebbe quel paese nel quale i filosofi fossero considerati una categoria indispensabile.
Mi sembra un testo davvero profondo benché triste, per certi aspetti. Celestini è autore di molte opere teatrali da lui stesso interpretate, una delle quali titola La Fabbrica. Tocca un tema analogo, trattato però dal punto di vista del lavoratore – dell’operaio.
Non cito filosofi, ma riprendo un semplice quanto introvabile discorso (è reperibile l’audio, anche all’interno di un “audioscatto” su Youtube) di Silvano Agosti, un grande regista e montatore distintosi per le sue calde riflessioni sulla società odierna (autore di libri oltre che di film).
Uno degli aspetti più micidiali dell’attuale cultura è di far credere che sia l’unica cultura. Invece è semplicemente la peggiore. Gli esempi sono nel cuore di ognuno: per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni a settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare. Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, della macchinetta. Mentre fino a ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso a questi bastardi che mi stanno l’unica vita che ho (non ne avrò un’altra, ho solo questa). Loro mi fanno andare a lavorare cinque, sei giorni a settimana; mi lasciano un miserabile giorno, per fare cosa? Come si fa in un giorno a costruire la vita? Allora, intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella in cui è prigioniero perché se no anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire; deve sempre pensare con la coscienza perfetta: questi stanno rubandomi la vita, in cambio di 2 milioni e mezzo al mese bene che vada, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile: Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere 77 miliardi e un essere umano 2 milioni e mezzo al mese bene che vada. Secondo me, poi, siccome c’è un parametro per cui, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno 100 volte, allora il lavoro dovrebbe diminuire almeno 10 volte: invece no, l’orario di lavoro è rimasto intatto. Oggi so che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla natura.
Pensa alla cosa più bella che la natura propone, che è quella – mettiamo – di fare l’amore e immagina che tu vivi in un sistema politico, economico e sociale in cui le persone sono obbligate (con quello che le sorveglia) a fare l’amore 8 ore al giorno: sarebbe una vera tortura. E quindi perché non dev’essere la stessa cosa per il lavoro, che non è certamente più gradevole che fare l’amore? (…) Certo, c’ho il mitra alla nuca, lo faccio! (…) Meglio leccare il pavimento o morire? Meglio leccare il pavimento. Ma quel che è orrendo in questa cultura è che leccare il pavimento è diventata addirittura un’aspirazione. Ma è mostruoso che il tipo debba andare a lavorare 8 ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento. Tutto ciò è oggettivamente mostruoso; ma laddove la coscienza produce coscienza, tutto ciò è effettivamente mostruoso.
Alla risposta del giovane intervistatore: «Sì, va bene. Ma ormai è irreversibile la situazione», Agosti continua.
Sì, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime perché è tipico dello schiavo. Lo schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede, quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.
Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso, quando Galileo ha enunciato che era la Terra a girare intorno al Sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te che gli avrà detto: «Eh! Sono 22 secoli che tutti dicono che è il Sole che gira intorno ma ora arrivi tu a dire questa stronzata! E come farai a spiegarlo a tutti gli esseri umani?»
E quello: «Non è affar mio, signori». «Allora guarda, noi intanto ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose». Tutto l’Occidente vive in un’area di beneficio perché sta rubando otto decimi dei beni del resto del mondo; quindi non è che noi riusciamo a vivere in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina… No! E’ un sistema politico che sa rubare otto decimi a tre quarti di mondo e che dà un po’ di benessere a un quarto di mondo, che siamo noi. Quindi, signori miei, o ci si sveglia o si fa finta di dormire o bisogna accorgerci che siete tutti morti.
Carmelo Bene aveva espresso in modo molto diverso un concetto simile, con queste parole:
L’unica forma di governo che garantisca qualcosa è la democrazia, paradossalmente è la più accettabile (se ne occupa Cioran molto bene). Ma vi domando: che cosa garantisce una democrazia che una dittatura non possa garantire? Certo, garantisce qualcosa: l’invivibilità della vita. Non risolve la vita. Chi sceglie la libertà, sceglie il deserto. Se la democrazia fosse mai libertà. Ma la democrazia non è niente; è mera demagogia. Qualora noi meritassimo una libertà, dovrebbe essere affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro. Anche se non si scappa mai – questo è il discorso di Deleuze sulla letteratura minore, su Kafka – dalla catena di montaggio; non si sfugge mai. L’oppressione della catena di montaggio si fa sentire anche in famiglia, financo nell’amore, nella rivoluzione e soprattutto nell’entusiasmo: non si sfugge alla macchina. Queste non sono ciance.1
Propongo allora un altro video in cui lo stesso Bene – da filosofo quale era – non parla di lavoro, ma di lavorìo e di procreazione…
A seguito di queste riflessioni, aggiungo solo che il lavoro nobilita in quanto opera, non nobilita perché operai. La nobiltà della vita sta nell’operare, il contrario di essa sta nell’alienarsi di un operaio che converte (annichilendola) l’unica esistenza possibile in un’esistenza inautentica.
Note
1. Tratto da “Uno contro tutti”, Maurizio Costanzo Show (1994), intervista televisiva che ho trascritto in gran parte nel mio sito web.