«Quel che viene a mancare»

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Fino a che l’amicizia,
l’amicizia schietta ancora dura nel cuore
non fa male l’uomo a misurarsi
con la divinità.
(Hölderlin)


§1
Parlare di filosofia è come confessare un amore ad un amico o ad un giudice, oppure come leggere un manuale di istruzioni per l’uso di un apparecchio e domandarsi solamente alla fine se lo si è letto nella propria lingua e non invece in una sconosciuta. Nel primo caso sarebbe vano credere di poter trasmettere alcunché all’interlocutore, nel secondo si è davvero stupidi: in ambedue i casi si è ingenui. Chiedersi che cos’è la filosofia è come cercare di capire cosa si prova per una persona (la persona latina) – se sia infatuazione, amicizia, amore, dedizione oppure interesse.
Quando si ama Sofia (la filosofia non si può amare, ché non si può amare l’amore), è quella a rivelarsi. La natura ama nascondersi a coloro che non la amano. Paracelso chiede: Che altro è la natura se non la filosofia visibile, che altro la filosofia se non la natura invisibile? Ebbene, la natura è l’oggetto visibile dell’amore di Sofia – ta metà ta physikà non è che, semplicemente, lo studio di ciò che circonda la Natura, ciò che le sta intorno. Né ‘oltre la fisica’, né ‘dopo la fisica’ – solo Sofia (come) ‘intorno alla Physis’. Se la fisica si occupa di ciò che appartiene al mondo dei fenomeni naturali, la metafisica è il luogo in cui si prende coscienza che domandarsi «che cosa significa ‘mondo dei fenomeni naturali’?» altro non è che fermarsi (a pensare) e guardare intorno – l’intorno del ‘qui’ del mondo. Per questo motivo pensare è intorno alla Natura. Non solo perché non si può che pensare la Natura, ma soprattutto perché il pensiero non è Natura, piuttosto esso è il suo ‘intorno’. Deleuze: «la metafisica pone in circolo la physis, la fisica».
L’amore di Sofia è un movimento fermo, un fermo-immagine. O sia una immagine che non sappiamo concepire se non in movimento, – al momento di definirla sentiamo infatti la necessità di specificarne la fissità. Questo movimento intorno alla Physis (o Natura) non è altro che il fermarsi a pensare. Quando si pensa, tutta la storia si ferma. La storia è infatti il movimento del pensiero in movimento: un altro motivo per cui Storia e Natura non si toccano. Ogni pensiero aggiunge una ruota al carro filosofico della storia, come ogni scena di un film completa le precedenti nella mente del regista.
Al centro dell’intorno sta l’uomo, l’uomo che pensa. Ma non per questo il pensiero è umano.

§2
Se il pensiero fosse umano, tutti gli uomini penserebbero.
“Tutti” sanno – dice Deleuze – che di fatto gli uomini pensano raramente, e più per effetto di uno shock che animati da un gusto particolare. Il pensiero è il non-umano. I pensati sono cose, l’atto di pensare è naturale, ma il pensiero non è la natura. L’uomo è cosa tra cose e il pensiero è una cosa che pensa le altre. La religione spezza l’uomo in due: da una parte, dice, egli è cosa; dall’altra una non-cosa: anima, spirito. L’uomo è invece in tutto e per tutto cosa. Il pensiero non è una parte dell’uomo; è altro rispetto ad esso, anche se non alla maniera della trascendenza. L’uomo non pensa; è pensato. È permeato dal pensiero e ciò provoca gli stessi effetti dell’olio versato sul capo di Aronne. Il pensiero è la grazia concessa a una cosa; in quanto unto dal pensiero ogni pensatore è un messia. L’unguento è potenza generatrice: permeando il corpo lo ingravida, come nel mito lo spirito santo feconda Maria permettendole di generare il redentore.
La disgrazia è l’abbrutimento. L’uomo aggraziato è quanto di più raro si dia; con l’uomo aggraziato si assiste ad uno degli eventi più stranianti a cui ci è dato assistere: la cosa permeata dal pensiero. Solo il pensiero stesso può rendere conto di come avvenga questa fecondazione, il fatto che l’uomo sia permeabile, ma che alcuni non lo sono.
A tutta prima, la definizione di uomo come animale razionale sembra compatibile con quanto abbiamo detto; tuttavia, tale definizione è informe poiché tenta di sovrapporre due piani che in realtà non si possono neppure accostare: i piani di natura, la cui manifestazione che talvolta ci afferra è il pensiero, e scienza.
Scienza è tutto ciò che si può dire; potremmo ridurre la scienza all’empiria, intesa in senso lato, fuori da ogni contesto storico. L’empiria è ciò che riguarda i moti direzionali e di senso opposto dalla materia ai sensi et vice versa. I cinque sensi non bastano a comprendere il corpo, perché esso non è formato dai cinque sensi. Innanzi tutto perché i sensi non sono cinque, ma sono infiniti: ad esempio, la voce è un senso; la flatulenza è un senso; ogni singola sensazione è un senso. La visione che riduce il corpo agli infiniti sensi, o alla somma di questi, è la visione empirico-scientifica.
Natura è l’indicibile; è ciò che si sottrae ai sensi. Il pensiero è il modo in cui la natura si manifesta all’uomo come altro da sé.

§2.1
Confutazione del senso comune secondo cui “tutti gli esseri umani pensano”.
Precisando che il “senso comune” è l’empiria, cioè al modo della somma dei sensi della medietà umana, si considerino le comuni empirie fisiologiche. La digestione comporta l’espulsione di gas dall’esofago o dal retto. Il rumore che le vibrazioni orifiziali producono sono oggetto di empiria. Lo stesso fiato è empiria che può essere modulata dalle corde vocali.
Allo stesso modo, il rumore di sottofondo prodotto dall’attività cerebrale è empiria. Ciò che il senso comune chiama pensiero e crede essere proprio a ogni uomo poiché lo contraddistinguerebbe dagli altri animali è niente più niente meno che una sorta di flatulenza del cervello. Tale attività fisiologica (empirica) del cervello può anche venire modulata oralmente, emettendo certo rumori a volte simili ad altre flatulenze. «Demetrio diceva argutamente della voce del popolo, che egli non faceva più caso di quella che gli usciva dal di sopra che di quella che gli usciva dal di sotto» (Montaigne). Ma ciò che conta, al di là di ogni giudizio, è che tale attività si può dire.
Ciò che possiamo dire, dunque, è che, al pari di qualunque altra cosa che possegga un sistema nervoso centrale, tutti gli esseri umani hanno attività cerebrali fisiologiche (empiriche).

§3
Alla modulazione orale dell’attività cerebrale, non si contrappone la formulazione. La forma, in quanto ciò che informa e che permette la formulazione, è il non-contrapponibile, poiché non pone e non contrap-pone. Il pensiero è ciò che permette la formulazione, poiché il pensiero è forma. Sospesa tra la cosa e la natura, si effonde la filosofia che tenta di dire l’indicibilità del pensiero. La filosofia è l’unica disciplina che si accosta (o tenta di accostarsi) al naturale. La scienza è empirica e dunque mette capo all’empiria. Pertanto la scienza, quando professa uno svelamento delle leggi naturali, distorce e si inganna. Essa, quando parla di ciò, è naturalistica (distorsiva), non naturale (discorsiva). Le cosiddette “scienze della natura” sono una contraddizione in termini. La differenza, nello sguardo che si ha sulle cose, tra chi cerca il significato e chi guarda il significante si esprime nelle figure dello scienziato e del filosofo. Se il primo indaga, il secondo ammira; se il primo usufruisce, il secondo fruisce; quando il primo si dimena, il secondo se la gode; quando il primo si curva, il secondo si dimena; se il primo critica l’arte, il secondo la fa. Se il primo tira avanti il mondo, il secondo dà ad esso una forma; se il primo vigila, il secondo sogna.
Il vero volto della natura è svelato solo dal pensiero. (Non da parte dell’uomo, ma per mezzo dell’uomo.) Altrimenti, la natura degrada in cosa. Le cose sono la natura considerata senza l’attributo del pensiero. La filosofia si occupa della natura, la scienza di cose. Filosofia e scienza non si accorderanno mai sul fatto che «il pensiero reale, cioè scritto, ignora la realtà perché ne fa parte» (Raciti). Citare e recitare altri pensieri reali dilata la realtà finché si comprende che è la natura a mostrarsi, non le cose a essere rivelate.

§4
Il naturale è ciò che sempre si sottrae; il naturale è indicibile. La natura non è un dogma; l’indicibile non è una scappatoia. È ciò che non si può dire perché il dire rimanda sempre a un dire-di-qualcosa. La natura è il pre-testo del non-detto. Il dire naturale è dire ciò che non è. È ciò che sta prima, dopo, sopra, sotto le cose, ma non nella maniera dello stare-accanto o del contenere; bensì come ciò che non-sta-in. La natura non sta nelle cose e le cose non stanno nella Natura. La natura è ciò che si sottrae alle cose. Dalla forma della scrittura emerge la sensibilità dello scrittore. Non è, però, che il rapporto tra pensiero e natura si possa intendere allo stesso modo di quello tra fenomeno e noumeno. La natura è pensabile perché si manifesta attraverso il pensiero; ma essa non è “solo” pensabile: è la realtà di ogni pensiero e si rende accessibile nelle forme naturali. La sensibilità, l’intelletto e pure quelle che Kant chiama forme pure a priori, attengono al principio empirico, all’indagine il cui punto di partenza rimane sempre l’empiria. Difatti, non importa cosa e come percepiamo; la percezione è empiria. Importa la forma che ci consente di informare la percezione; forma che non è data a priori, ma che si manifesta nel pensiero. Precisamente, le forme fanno riferimento alla forma – la forma del pensiero imprime ed esprime le forme del pensiero: arte, poesia, filosofia, liberate dall’empiria e mantenute nel concetto.
Con ciò non si vuole liberare ogni tipo d’arte dalla forma propria, quasi che un quadro o una scultura fossero solo veicolo d’un concetto. In arte e in filosofia, la forma è il concetto e il concetto è la forma: ogni arte ha la sua forma propria attraverso la quale si manifesta il pensiero. L’unicità del pensiero non è affatto incrinata dalla molteplicità delle forme artistiche; le forme non cambiano la forma, poiché il pensiero permea qualunque forma artistica: il pensiero è unico ed unitario, perenne espressione o impressione della forma, dalla quale è escluso ogni divenire storico, ma non ogni divenire delle forme. La natura è essere e divenire insieme: l’essere della forma e il divenire delle forme.
Per quel che riguarda un aspetto che potrebbe apparire empirico rispetto alle arti figurative, bisogna distinguere immagine e figura: l’immagine è naturale; la figura è empirica. L’immagine è l’impressione della manifestazione della Natura; l’arte è pura immaginazione che dà forma all’artista anche tramite ciò che è stato espresso o impresso. La figura è la fantastica gabbia dell’empiria in cui è precluso l’accesso al pensiero.
Pertanto, l’arte è immaginazione e non si dà arte che non sia immaginativa; cosicché la dicitura arti figurative risulta priva di senso filosofico.
L’arte è naturale, altrimenti non è arte.

§5
Ciò che ci è giunto come perì physeos non è altro che le prime parole per dire l’indicibile: i primordi come ciò che si aggira attorno alla natura, come ciò che ne è più vicino, ciò che essendo al limite del dicibile lo definisce e ce ne dà i confini.
Tuttavia per Eraclito «i confini dell’anima, nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppure se percorrerai tutte le strade: così profonda è l’espressione che le appartiene» (così Colli). Se la psiche non ha confini, la natura è il con-fine in sé: è ciò che sta assieme alla fine; e ci sta dall’inizio alla fine.
Del resto rendere dicibile e far decadere a mera oralità ciò che come indicibile permea il pensatore o l’artista è la semplice neutralizzazione della natura. Rendere comprensibile ciò che per natura non può esserlo è neutralizzare ciò che non si può dominare. Ciò che non può essere dominato, non può neanche dominare, poiché il dominio è sempre nel gioco del reciproco tentativo di dominazione. La natura (e con essa la sua manifestazione), pertanto, si sottrae anche a qualunque gioco di potere.


«Bisogna rinunciare alla paternità dell’opera»
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