Teoresi e autopoiesi

Il presente articolo prende le mosse da una discussione, titolata Considerazioni critiche sulla nozione di “mente estesa”, nata all’interno del forum (oggi chiuso) di Sitosophia. Si tratta, molto semplicemente, di una collezione di citazioni intorno al concetto di «autopoiesi».

Un superamento del divario, per certi versi fondato, tra filosofia teoretica e scienze neurobiologiche consiste nello sforzo di Francisco Varela nel ripensare il soggetto e l’oggetto come un’entità “autopoietica”. In questo modo suona bene la “biologia teoretica” di antica memoria. Ma cos’è l’autopoiesi? Partiamo dal concetto di enazione. In un breve saggio Varela spiega che

la cognizione dipende dai tipi di esperienza che derivano dall’avere un corpo con varie capacità sensomotorie; (…) queste capacità sensomotorie individuali sono inquadrate in un più ampio contesto biologico e culturale. (…) i processi sensoriali e motori, la percezione e l’azione, sono fondamentalmente inseparabili nella cognizione e non sono collegati negli individui in maniera semplicemente contingente. Adottando quello che io chiamo “approccio enattivo alla cognizione”, due principi sono essenziali: primo, la percezione consiste di azione guidata percettivamente; secondo, le strutture cognitive emergono dai modelli sensomotori ricorrenti, che consentono all’azione di essere percettivamente guidata. (…) La realtà non viene dedotta come un dato: dipende dal percettore, non perché il percettore la “costruisce” secondo la propria fantasia, ma perché ciò che viene considerato come mondo pertinente è inseparabile dalla struttura del percettore. Tale approccio alla percezione è di fatto una delle intuizioni centrali dell’analisi fenomenologica intrapresa da Maurice Merleau-Ponty nei suoi primi lavori.1
(…) Fondamentalmente le strutture incorporate (sensomotorie) costituiscono la sostanza dell’esperienza e le strutture esperienziali “motivano” la comprensione concettuale e il pensiero razionale.2

Ancora Varela afferma che

è impossibile separare l’emergere di quello che ci è familiare, del nostro mondo sensoriale, da tutto quello che abbiamo fatto per stabilizzarlo. (…) Si arriva così alla codefinizione, per cui mondo e sistema conoscitivo non sono più due termini separati. (…)
La via di mezzo (…) per me significa che per trattare della conoscenza come problema della ricerca scientifica all’interno delle scienze cognitive non c’è bisogno di fare una scelta tra costruzione e rappresentazione, perché è possibile trovare i meccanismi che dimostrano come non si tratti né di costruzione né di rappresentazione, ma piuttosto di codefinizione, di un far emergere reciproco.
(…) bisogna smettere di cercare un fondamento al sapere. L’assenza di un punto di riferimento, sia all’interno che all’esterno, porta a ripensare il fenomeno della conoscenza come processo senza fondamento, anche nell’ambito della scienza e non solo in quello della filosofia.3

Nello stesso volume, Heinz von Foerster ribadisce e sposa la causa di Varela:

è la mia esperienza la fonte primaria della conoscenza e il mondo ne è la conseguenza, oppure è il mondo ad essere la fonte primaria e l’esperienza ad esserne la conseguenza? Sostengo che non si può rispondere a questa domanda. Non esistono esperimenti che dimostrino la correttezza di una di queste due posizioni. Io ho scelto la prima posizione, quella secondo la quale siamo noi a costruire il mondo, e mi prendo tutte le responsabilità che ne derivano.4

Prendiamo il volume Neurofenomenologia: il curatore, Massimiliano Cappuccio, spiega proprio ciò che sta alla base dell’enazione, o sia l’autopoiesi. Con queste parole:

la caratteristica quintessenziale del vivente è la disposizione a realizzare un particolare equilibrio dinamico di tipo omeostatico, che si radica nel rapporto di mutua generazione che sussiste fra la totalità e le parti dell’organismo (le parti garantiscono l’unità funzionale del tutto, tracciando con il loro schema i suoi confini identitari; il tutto garantisce il rinnovo delle parti, riproducendole al suo interno). (…) Nel modello formulato da Varela e Maturana, la cognizione non è un processo di rappresentazione, e non è limitata a una funzione meramente conoscitiva; la cognizione è azione, intervento, movimento – una dinamica che riconfigura la situazione dell’organizzazione interna del vivente e che, al tempo stesso, riconfigura la relazione del vivente nei confronti del suo ambiente circostante.
(…) il concetto di autopoiesi vuole sottolineare che individuo e ambiente sono tanto strettamente coimplicati tra di loro e interdipendenti, essendo strutturalmente conformati ciascuno sui contorni dell’altro, che diviene a rigore impossibile pensarli come realtà autonome dualisticamente contrapposte. L’individuo esprime somaticamente le dinamiche processuali dell’ambiente che abita e per il quale è evolutivamente predisposto; allo stesso modo, l’ambiente si costituisce in quanto orizzonte di manifestazione dei fenomeni organici individuali: l’unità individuo-ambiente risulta pertanto complessivamente come una realtà sistemica autonoma, monadicamente conchiusa in quanto caratterizzata unicamente dalla configurazione prospettica assunta entro il cerchio della sua struttura interna.
(…) In questo senso, l’unità autopoietica non è mai definitiva, e ha sempre ancora da esplicare la sua natura.5

Ancora in Neurofenomenologia, Varela afferma che

una delle scoperte più importanti del movimento fenomenologico consiste nell’aver compreso rapidamente che un’indagine sulla struttura dell’esperienza umana induce inevitabilmente un cambiamento di prospettiva che prende in considerazione i diversi livelli per cui la mia coscienza è inestricabilmente collegata a quella degli altri e al mondo fenomenico in un coacervo empatico (…). Di conseguenza, la tradizionale opposizione tra analisi in prima e terza persona è fuorviante.6

Infine, anche Franco Bertossa e Roberto Ferrari notano che

abbandonando ogni forma di rappresentazione come “mondo materiale” o “mente”, Varela e collaboratori fanno risalire tutta la conoscenza a una messa in scena (enaction) da parte di «percezioni-azioni incarnate». Ogni atto cognitivo nasce dall’intrecciarsi di milioni di brevi cicli co-determinati di sentire-agire nel corpo, in una reta di microesperienze dell’organismo che è osservabile anche scientificamente in terza persona.7

Ecco finalmente che appare la teoresi. E il suo nesso con il complicato e coimplicato rapporto di percezione e azione. Interessante il fatto che la teoresi è per definizione il guardare “le cose stesse” (direbbe Husserl), ma diviene l’inverarsi dello spettatore che guarda e ammira sé stesso nel teatro del mondo. La radice greca del termine rimanda al mondo semantico dello «spettacolo»: lo spettacolo della vita e della coscienza è in tal senso autopoietico. Se ricordiamo che Aristotele distingueva la θεορίά e la ποίησίς come «pensare» e «produrre», diviene semplice cogliere la realtà vitale superando ogni dualismo tra soggetto-oggetto, corpo-mondo, percezione-azione, cognizione-realtà: l’autocostruzione di sé (che è l’autopoiesi) e l’autoproduzione del mondo vengono a coincidere, in uno spettacolo dove chi pensa recita il teatro stesso.

Note
1 «Il reincanto del concreto», in Il corpo tecnologico. L’influenza delle tecnologie sul corpo e sulle sue facoltà (a cura di P. L. Capucci), Baskerville 1994, pp. 150-151.
2 Ivi, p. 157.
3 «Il corpo come macchina ontologica», in Che cos’è la conoscenza (a cura di M. Ceruti e L. Preta), Laterza 1990, pp. 51-52.
4 «Non sapere di non sapere», in ivi, pp. 10.
5 «Introduzione», in Neurofenomenologia (a cura di M. Cappuccio), Bruno Mondadori 2006, pp. 20-21.
6 «Neurofenomelogia. Un rimedio metodologico al “problema difficile”», in ivi, p. 79.
7 «Meditazione di presenza mentale per le scienze cognitive. Pratica del corpo e metodo in prima persona», in ivi, pp. 273-274.

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