Per l’Intelligenza Artificiale “forte” esiste solo l’algoritmo. A dirlo chiaramente è stato, quasi vent’anni fa, Roger Penrose.
Secondo l’IA forte quel che conta è semplicemente l’algoritmo. Non fa differenza se l’algoritmo venga eseguito da un cervello, un computer elettronico, un intero paese di indiani, un dispositivo meccanico di ruote e ingranaggi o un sistema di tubi e acqua. Il punto di vista è che la struttura logica dell’algoritmo è l’unica cosa che importi per lo «stato mentale» che l’algoritmo dovrebbe rappresentare, e che la particolare materializzazione fisica di tale algoritmo è del tutto irrilevante. Come sottolinea Searle, questa impostazione comporta in realtà una forma di «dualismo». (…) La sostanza pensante dell’IA forte è la struttura logica di un algoritmo. (…) Searle vede una notevole ironia nel fatto che il punto di vista dell’IA forte sembra spingere i suoi fautori a una forma di dualismo, che è proprio il punto di vista a cui i fautori dell’IA forte vorrebbero meno essere associati!1
L’algoritmo ha varie caratteristiche; ebbene, quella essenziale è la seguente: perché un algoritmo si dia, è necessaria la presenza dell’intelligenza umana che lo realizza. Non si può prescinderne, poiché la struttura dell’algoritmo non è precostituita o preconfezionabile, ma segue le regole che solo un’intelligenza – umana – può formulare. Il meccanismo che rende funzionante il processo logico detto «algoritmo» ha la sua fondazione nelle capacità mentali del programmatore. È risaputo tra gli ingegneri informatici quanto sia difficile realizzare un algoritmo di qualche tipo, quanto sia necessaria una certa capacità cognitiva, ovvero tanto una comprensione profonda del problema che si intende risolvere per mezzo del processo automatico che l’algoritmo appunto produce, quanto l’intuizione personale e privatissima del metodo risolutivo che alla fine si è deciso di adottare. Dunque pertiene il singolo individuo, l’intelligenza incarnata.2 Non si può creare un’intelligenza con un algoritmo, poiché si cadrebbe in un circolo vizioso: si parte difatti dall’intelligenza per ottenere intelligenza. È un’illusione, un errore grossolano, pensare che per creare una mente (intesa come algoritmo) sia necessaria un’altra mente. La mente non è un algoritmo.
A partire dalla citata affermazione di Penrose in merito all’analisi di Searle, intendo mostrare che la teoria computazionale della mente di Fodor e – in generale – il funzionalismo si possono in realtà considerare posizioni o dualistiche o monistiche, a seconda del punto da cui le si intende osservare. Cerchiamo di vedere in che senso.
Quella dell’IA «forte» è una proposta dualistica perché ritiene la struttura logica di un algoritmo separata dalla sua implementazione biologica o materiale. Ma attenzione: il concetto di algoritmo può certamente nascondere due distinti aspetti, uno logico intuito dall’intelligenza umana – dal programmatore – e uno informatico codificato come software che “gira” nell’hardware (rispecchiando la struttura logica fornitagli). Ciò non significa che l’algoritmo implementato equivale all’intuizione logica del programmatore, anzi vanno tenuti ben distinti gli aspetti. Se si considera il sistema “algoritmo implementato/programmatore” come tutt’uno, allora certamente nel sistema “hardware/software” si presenterà un’intelligenza. Ma se si considera il solo algoritmo implementato, il sistema “hardware/software” non presenterà alcuna forma di intelligenza, nessuna «comprensione», come direbbe Searle. La posizione funzionalista è, in tal senso, dualista se si considera trasferibile nell’algoritmo implementato la struttura logica del programmatore (cioè, in fin dei conti, la sua intelligenza e la sua mente), potendo concepire la presenza di una “mente” nel software (all’interno del sistema “hardware/software”).
Ma essa diventerebbe una posizione monista nel momento in cui si comprendesse che il software implementato nell’hardware non presenta una struttura logica astratta (in quanto questa è solo nella mente del programmatore), escludendo in questo modo ogni intervento esterno di entità mentali, concependo bensì il software come “entità dotata di mente” solo a partire dalla sua struttura intrinseca. Nel primo caso, si cade nell’errore di reputare intelligente ciò che dipende interamente dall’intelligenza umana; nel secondo caso, si cade nell’errore di reputare l’algoritmo una struttura che possa intrinsecamente possedere capacità mentali. Ad ogni modo, la seconda posizione – quella dei funzionalisti – è fondamentalmente monista.
L’algoritmo è, in estrema sintesi, una sequenza di ordini grazie ai quali (semplificando e scavalcando i livelli dei linguaggi di “traduzione” software) avviene un preciso passaggio di corrente elettrica da un luogo ad un altro dell’hardware. Non sorgono questioni in merito all’interazione tra gli “ordini” via software e la “esecuzione” di tali ordini nel passaggio di corrente elettrica all’interno dei circuiti elettronici, dato che si tratta di «manipolazioni simboliche» a cui solo l’uomo dà senso. Il ruolo del programmatore nei confronti della «manipolazione simbolica dei passaggi di corrente elettrica» non va paragonato al ruolo svolto dalla mente nei confronti del cervello: la mente non “dà ordini” che il cervello “esegue”. Tuttavia, ciò non significa che la mente è «semplicemente ciò che fa il cervello», come afferma Minsky3, secondo cui la mente propriamente non esiste. La mente esiste, anche se in quanto processo o evento.
A seguito di quanto detto, si può affermare che il monismo funzionalista sia, come si può intuire facilmente, di tipo materialistico. Se si considera realistica l’analogia secondo cui ad ogni connessione neuronica si può far corrispondere una connessione elettrica di un elaboratore elettronico, dando i valori “0” all’assenza di segnale e “1” alla sua presenza, di sicuro dovremo ammettere che, non conoscendo a fondo le relazioni tra neuroni, non possediamo la capacità pratica di realizzare alcun collegamento di fili elettrici – o piastre elettroniche, non è rilevante in questo contesto – che possa far sì che il pensiero cosciente “emerga”. Le sembianze materialistiche del funzionalismo si scorgono quando si ritiene con esso possibile (coerentemente con quanto detto) che – conoscendo nella sua interezza il cervello e le sue connessioni complesse ed essendo poi in grado di strutturare, isomorficamente al cervello, le connessioni elettriche dell’elaboratore – quest’ultimo possa pensare: il funzionalismo, di fatto materialista, presuppone inevitabilmente che oltre al cervello, nella sua struttura intrinsecamente materiale e fisica, non sia necessario nulla perché si dia pensiero. Non può essere una forma di dualismo quella che può postulare la presenza (sostanziale o “di proprietà”) di una struttura logico-algoritmica separata nettamente dalla struttura fisico-materiale (quale il cervello o l’elaboratore) che la implementa e dalla quale è indipendente; soprattuto se allo stesso tempo postuli che, realizzato ogni collegamento nell’elaboratore in modo isomorfico al cervello (raggiunta cioè la complessità prettamente biologica), l’elaboratore possa così pensare, senza necessitare di altro. A questo punto: o si confida in una realizzabilità multipla o si confida nell’isomorfismo cervello-elaboratore. Aut aut. Impossibile accogliere entrambe le opzioni, poiché se è vero che il cervello basta perché si dia pensiero, allora basterà anche il solo hardware perché l’elaboratore pensi.
In sintesi sillogistica. Prima premessa del funzionalismo: gli stati mentali sono computazionali e rappresentabili funzionalmente in una struttura diversa da quella biologica del cervello – dato che ne prescinde – purché questa struttura sia isomorfica a quella del cervello (ad es., un elaboratore che abbia il «giusto algoritmo», tale che l’elaboratore stesso diventi isomorfo alla struttura del cervello). Seconda premessa “evidente”: un elaboratore non è diviso. Un elaboratore, per quanto si possa discutere della separazione della mente dal cervello, non possiede cartesianamente due res, ma una soltanto, quella fisica, poiché quella logica, come visto, è fornita dall’intelligenza del programmatore. Conclusione logica dalle premesse: il funzionalismo, equiparando il rapporto mente/software al rapporto elaboratore/cervello (considerando cioè valido un simile paragone), deve necessariamente ammettere l’unità assoluta di mente e cervello, rivelandosi così una forma di monismo materialistico. Si definisce il funzionalismo generalmente dualista per il semplice fatto che postula la separabilità cartesiana del pensiero dalla struttura implementante tale pensiero. Eppure, come visto, accostando il sistema “pensiero/cervello” al sistema “hardware/software”, esso si mostra necessariamente anti-dualistico e, anche se velatamente, profondamente materialista; anche a dispetto delle intenzioni di molti suoi sostenitori.
Non certo però dei suoi primi sostenitori: il funzionalismo in filosofia della mente (o filosofico) trae la propria origine dal funzionalismo psicologico che concepiva mente e corpo come «unità indissolubili». Nello specifico, analizzando l’originarsi e l’evolversi del pensiero del suo fondatore, Hilary Putnam, torna chiaro il sembiante materialista della posizione presa in esame. Nel 1975 difatti Putnam affermava che
in un primo tempo fu il desiderio di difendere il materialismo a farmi approdare al funzionalismo.4
Non è un caso che, nella sua versione originale del 1960 (del breve saggio “Menti e macchine”), il funzionalismo fosse una tesi affine alla teoria dell’«identità dei tipi» o, ancor di più, una particolare versione del materialismo. In un saggio del 1969 Putnam scriveva che una formulazione «meno rischiosa» del materialismo fosse la seguente:
un essere umano è (…) un sistema fisico dotato di una certa organizzazione funzionale complessa. Questa versione del materialismo è, io credo, certamente sostenibile e probabilmente corretta.5
Certo, poi affermava l’incapacità di tale teoria di spiegare il dolore, la collera etc. che solo una teoria funzionalista avrebbe potuto spiegare, secondo l’autore. Ma ciò che preme in questa sede sottolineare è la radicale affinità della teoria funzionalista al materialismo in una maniera assolutamente maggiore rispetto al dualismo; e non solo da un punto di vista, per così dire, storico, cioè analizzandone le origini, piuttosto da un punto di vista sillogico, a partire cioè da certe premesse che sono ritenute evidenti o, quantomeno, razionali.
A mio giudizio Searle, e molti altri, sono stati sviati dagli informatici, e questi, a loro volta, sono stati sviati dai fisici. (Non è del resto colpa dei fisici: neppure loro sanno tutto!)6
Così chiosa Penrose poche pagine dopo la citazione in apertura, in modo sagace e decisamente illustrativo.
Note
1. Cfr. R. Penrose, La mente nuova dell’imperatore. La mente, i computer e le leggi della fisica, BUR 2004 (ed. orig. 1989), pp. 44-45.
2. Cfr. R. Penrose, op. cit., p. 163. Varrebbe la pena notare l’assoluta assenza di una definizione rigoroso del concetto stesso di «algoritmo», come disse, sebbene solo per cenni, Marcello Frixione nel suo Logica, significato e intelligenza artificiale, Franco Angeli 1994, a pagina 58: «(…) “algoritmo” e “funzione computabile in modo algoritmico” sono concetti intuitivi, non specificati in modo formale».
3. M. Minsky, La società della mente, Adelphi 2001, p. 20.
4. H. Putnam, Mente, linguaggio e realtà, Adelphi 2004, p. 18.
5. Id., Il positivismo logico e la filosofia della mente, in Id., op. cit., p. 482.
6. R. Penrose, op. cit., p. 47.
Appendici
I testi trattati sono datati ma in parte ancora attuali:
- Roger Penrose, La mente nuova dell’imperatore. La mente, i computer e le leggi della fisica, BUR 2004;
- Marcello Frixione, Logica, significato e intelligenza artificiale, Franco Angeli 1994;
- Marvin Minsky, La società della mente, Adelphi 2001;
- Hilary Putnam, Mente, linguaggio e realtà, Adelphi 2004.
Quest’ultimo testo – insieme a Matematica, materia e metodo (Adelphi) – costituisce una raccolta degli scritti filosofici di PutnamRappresentazione e realtà. Il computer è un modello adeguato della mente umana? (Garzanti 1993).
La citazione tratta, in nota, dal testo di Frixione discuteva la ben nota «tesi di Church», che l’autore radicalizza nella seguente forma:
ogni attività linguistico-cognitiva è calcolabile da una macchina di Turing (il che non vuol dire, ovviamente, che la nostra mente funziona come una macchina di Turing, ma che ogni attività mentale è simulabile da un dispositivo che abbia la stessa potenza computazionale di una macchina di Turing). (p. 59)
Premesso ciò, cito per esteso quanto affermato sull’algoritmo (p. 58):
La tesi di Church gode di uno statuto particolare nell’ambito degli enunciati matematici. «Algoritmo» e «funzione computabile in modo algoritmico» sono concetti intuitivi, non specificati in modo formale, per cui una dimostrazione rigorosa di equivalenza con il concetto di funzione calcolabile da una MT non è possibile. La tesi di Church quindi non è un teorema, e neppure una congettura che potrebbe un giorno, in linea di principio, diventarlo. Si tratta di un enunciato che si fonda su un ampio spettro di evidenza matematica di tipo euristico.
Tale importante e fondazionale «tesi» è – meglio – un’ipotesi.
A proposito di logica dei predicati, il manuale di Logica di Varzi, Nolt e Rohatyn (McGraw-Hill, edizione 2004) a pagina 152 accenna alla discussa tesi di Church, con una definizione ben precisa:
La logica dei predicati è, in questo senso, indecidibile (questo è un risultato che può essere dimostrato attraverso un rigoroso ragionamento metalogico nell’ambito di un’assunzione ampiamente accettata, nota come tesi di Church).
Per poi indicare in nota un testo che riporta quella “dimostrazione” per esteso. Quello che noto è che la tesi suddetta è dunque una assunzione. Seppur accettata ampiamente, comunque una assunzione.