Ridere non è che piangere a rovescio. Quando anche ridere non si può più sopportare, allora si svela il trucco e si piange dalle risate. D’altro canto non si comprende cosa non sia pianto, giacché tutto è compreso tra le parentesi dei due pianti. L’immersione nel liquido amniotico non permette compressioni tali come le consente l’aria; è noto come l’aria sia più comprimibile dei liquidi. Cosicché quando gli eventi ci stritolano piangiamo, fosse pure, a stritolarci, una risata. Non a caso la pioggia confonde le lacrime e l’azione opposta è una decompressione:
C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo,
io sono d’un altro avviso: son bombarolo1.
Il nesso tra ciò che vela e ciò che svela il trucco lo possiamo rintracciare in un tema solo all’apparenza abusato e stonato rispetto alla cupa armonia umbratile che contraddistingue queste pagine. L’angolazione, però, è tutto; lo scrivere e la stesura di idee hanno qualcosa in comune con registi, pittori, sarti e chirurghi: il taglio. Non si tratta di squarciare il velo della Maya; è un taglio, preciso, millimetrico, quel tanto che consente di vedere e, appunto, ridere tra le lacrime di ciò che si è visto; c’è chi ride sotto i baffi, sporchi di briciole; noi ridiamo sotto le lacrime, intrise di nulla. Piangere ridendo, o ridere piangendo, come spesso fanno i bambini, è il tema di queste righe, la cui figurazione si snoda nelle seguenti figure: clown, giullari, pagliacci, saltimbanchi ed altri spiantati del genere, buoni solo ad essere presi in giro dalle persone serie. Non sarà presa in esame la loro azione; del resto, cosa importa un’azione. Un clown, ad esempio, dovrebbe far ridere; ma non v’è nulla di più ridicolo di un clown che non faccia ridere. Chaplin lo ho mostrato chiaramente, in particolar modo ne Il circo (quando il vagabondo non riesce a fare il numero studiato dai clown e fa ridere solo inconsapevolmente, cioè quando non vuole far ridere) e soprattutto ne Luci della ribalta, forse il suo film più interessante, in quanto narra di un comico che non riesce più a far ridere; quando ci riuscirà nuovamente (anche mediante un memorabile duetto con Buster Keaton) morirà.
L’azione, dicevamo, non è dunque importante; pertanto ci occuperemo qui dell’essenza dei saltimbanchi, tramite le parole di gente che canta, ossia di poeti e cantautori, ovvero di poeti e poeti.
Un’opera saltata fuori (se ci fossero i miracoli questo ne sarebbe uno) da una donna, che ci fa ben sperare e ci rincuora, perché ci dice che ancora esistono donne che sappiano cantare e comporre, un’opera ovviamente poco nota, in un torno di versi pare centrare il cuore della nostra questione. Si tratta di Rossana Casale e del suo Circo immaginario; l’album ha molti alti e qualche basso troppo sdolcinato e malinconico; tuttavia, ed è ciò che qui ci interessa, il vortice circense della canzone Girasalta così recita:
Gira, salta, gira mondo
per chi sogni più non ha;
stai poeta, vagabondo
il sole non tramonterà.[...]
Con saggezza da buffone
capovolgi la realtà,
stai girovago sul cuore
a testa in giù si cambierà.Prendi in giro la mia mente e la mia malinconia,
le domande, le risposte che non hanno più ironia,
e allora salta, gira, giravolta la tristezza passerà.Trucco bianco sul tuo sorriso,
ridi pagliaccio o clown;
lacrime sul tuo viso,
non le fermare mai.2
Sono vecchi topoi, ovviamente, che attraversano un certo tipo di letteratura e che potrebbero apparire stantii. Ciò che invece c’è di importante è la copertura di un mondo; il buffone non fa altro che mascherare: è il movimento esattamente opposto alla alètheia. Una patina leggera e trasparente, sebbene sempre visibile, copre ed appanna il mondo, per renderlo quantomeno sopportabile. Altri due versi, stavolta di colui che Eco definì “il più colto dei cantautori italiani”:
Già temi che il giullare getti maschera e casacca
e mostri il vero volto dietro al velo della biacca3.
Significativa ed esemplare, esaustiva, oserei dire, riguardo al nostro tema, è una canzone di Vinicio Capossela. In quello che fino ad oggi resta il suo album capolavoro, ossia Canzoni a manovella, v’è appunto la straordinaria e felliniana I pagliacci. Il destino dei buffoni v’è ben mostrato; la loro sorte, né più triste né più allegra, forse solo più comica rispetto agli altri, è compresa nel far ridere di sé, nel distrarre il pubblico dalle sventure che sono accadute un attimo prima, nel non riuscire a spiccicarsi di dosso il cerone e, infine, nell’incapacità di essere normali:
Di creta mi pare il cerone,
s’appiccica al volto,
il mal del buffone…
Ridere vorrei stasera
ridere vorrei per me.[...]
I trapezi ronzavano elettrici
uccelli di piuma di un mondo di luna;
legati i compagni per mano
libravan da pesci
vicini e lontano.
Si sfioran d’un tratto i due bracci
appesi nell’aria
come due stracci…
Sul sangue buttarono rena
ed entraron di corsa i pagliacci.E sempre ridere per compiacere
la sala piena da mantenere;
che bello udire
l’applauso ilare,
gonfiar la sala,
scacciare il male
e sempre cedere con batticuore
a sogni e parole
da far scoppiare!Il padrone ha la tuba allungata
e ha baffi arditi
e in fondo già sa
che restiamo alla frusta qui uguali
felici e incapaci di esser normali…
e allora ridano gli altri stasera
ridano gli altri per noi;
e allora ridano gli altri stasera
ridano gli altri di noi4.
Il compito del buffone è dunque quello di far ridere di sé; ciò accade spesso anche ai filosofi, sin da quando Talete cadde in un fosso5.
La funzione del buffone, come s’è detto, non è soltanto quella di far ridere; porta con sé la comprensione del mondo ed è proprio in questo portato che coesistono riso e pianto, commedia e tragedia, gioia e dolore. Le fiamme dell’apocalisse verranno annunciate dal sorriso di rossetto del pagliaccio. Quando il teatro va in fiamme, è il buffone che l’annuncia, suscitando il riso del pubblico che divertito non capisce. I due volti del buffone sono ben esemplati da due poeti; Ripellino, tra i suoi versi davvero funambolici, ci racconta chi sarà ‘colui che deve venire’, quasi un nuovo messia che ci insegnerà l’uniformità dell’universo, intriso di gioia e dolore che appena si distinguono:
Colui che deve venire
sarà un clown dal sopracciglio ad arco.
L’erba in sostanza non è diversa dal vento
e Ofelia da Fiordiligi
in questo effimero circo, in questo universo-portento.
[...]
Tu sei insaziabile come la morte
nel tuo desiderio di vivere
anche così, anche così.
Colui che deve venire
sarà pure lui un clown, un amico di Mozart,
un giocoliere volante, pieno di cocasserie6.
Per contro, in uno degli ultimi racconti scritti da Edgar Allan Poe, il buffone Hop-Frog incendia il palcoscenico e svela le maschere:
Le fiamme, crescendo di violenza, costrinsero alla fine il buffone ad arrampicarsi più in alto lungo la catena per non esserne raggiunto; e mentre quello si arrampicava a quel modo, per un istante la folla ricadde nel silenzio. Il nano colse l’occasione e di nuovo parlò: – Ora sì, li vedo chiaramente, – disse, – vedo che qualità di gente siano queste maschere. Sono un gran re, e sette consiglieri segreti… un re che non si fa scrupolo di percuotere una ragazza indifesa, e i suoi sette consiglieri che gli dànno animo all’oltraggio. Quanto a me, io non sono altro che Hop-Frog, il buffone, e questa è la mia ultima burla7.
Pare, insomma, che il ruolo del buffone (intendendo il termine in senso molto lato, racchiudendo in esso, quindi, clown, giullari, pagliacci, funamboli e così via) sia quello di smascherare e che fino ad un certo punto questa funzione sia pure riconosciuta ed accettata. Così negli ultimi scorci del medioevo il giullare, proprio di domenica all’uscita dalla messa, poteva porre interrogativi inquietanti sulle dottrine cristiane, circa, ad esempio, la cacciata dal paradiso terrestre, il peccato, il libero arbitrio.
Ci illumina, a questo proposito, il protagonista delle Veglie di Bonaventura; nella XV, egli si trova impiegato come pagliaccio in un teatro di marionette e muovendone i fili istiga, seppur involontariamente, a tal punto il pubblico sino a farlo insorgere contro il sindaco e volerlo impiccare. Per sedare gli animi allora il protagonista pagliaccio balza su una pietra e tiene questo discorso:
Cari paesani!
Guardate questa regale testa di legno insanguinata che innalzo davanti a voi. Quando era attaccata al tronco veniva governata da questo filo, questo a sua volta dalla mia mano e così via fino al regno misterioso in cui non si può più stabilire chi sia a governare. […] Cosa vi ha fatto questa testa affinché la trattiate così male? È la cosa più meccanica di questo mondo e non è abitata neanche da un pensiero. Non pretendete da lei alcuna libertà, giacché non contiene in sé niente di simile. Quella che chiamate libertà è poi una cosa complicata, perché non si tratta solo dello spettacolo di marionette che avete visto oggi8.
È sempre Bonaventura a svelarci cosa mai significhi il riso in questo mondo ed a confermare ciò che dicevamo in apertura, e cioè che ridere non è che piangere a rovescio. Di fronte alla sconcertante sofferenza ed inutilità del mondo, solo il riso ci può trattenere dal non esistere più:
Per il diavolo, cos’altro merita questa terra […] se non di essere derisa? Anzi, se essa conserva ancora un qualche valore è solo perché il riso vi è di casa. Tutto vi è stato disposto così bene e con tanta sensibilità che il diavolo […] per vendicarsi nei confronti del Creatore, le inviò la risata e questa seppe insinuarsi abilmente e inavvertitamente nella maschera della gioia; gli uomini l’accettarono di buon grado, finché essa non lasciò cadere il camuffamento e li guardò malignamente come satira. Lasciatemi per tutta la vita il riso, e io potrò resistere quaggiù9.
Proprio per questo, quando il pagliaccio aveva cercato di mostrare alle marionette la verità, e cioè che esse non erano altro che marionette, il discorso pare sconnesso, confuso; gli altri non comprendono, continuano ad atteggiarsi a serie ed importanti persone che vivono aspirando continuamente alla gioia, ignare che tutto questo non sia altro che apparenza:
Il pagliaccio apre uno sportellino sul petto della marionetta e vi trova con sua grande sorpresa davvero un cuore, cosa che lo fa preoccupare e, impaurito com’è, gli fa venire delle idee assennate: che, per esempio, tutto nella vita, tanto il dolore quanto la gioia, non è altro che apparenza, con l’unico inconveniente che l’apparenza stessa non appare mai; e che di conseguenza, le marionette non avrebbero mai saputo di essere prese in giro e usate solo come passatempo, ma si sarebbero piuttosto considerate persone molto serie e importanti. Il pagliaccio vuole a questo punto rendergli comprensibile la vera natura di marionetta, ma nel farlo si confonde di continuo, e dopo un interminabile, curiosissimo discorso si ritrova al punto di partenza. Allora, in silenzio, ride maligno sotto i baffi e se ne va10.
Solo un’ultima, definitiva nota. Il riso, nella condizione che abbiamo riferito, rimane tale anche nei confronti dell’Assoluto. Il protagonista delle Veglie, dopo mille peregrinazioni, ritrova la tomba del padre. La conclusione (ogni conclusione!) non può che suonare così:
Ahimé! Cos’è mai questo – sei pure tu solo una maschera e mi inganni? Non ti vedo più, padre – dove sei? Al contatto tutto si riduce in cenere e sul suolo non resta altro che una manciata di polvere, mentre un paio di vermi ben nutriti strisciano via di soppiatto, come morali oratori funebri che si sono troppo rimpinzati al banchetto funebre. Spargo questa manciata di polvere paterna nell’aria, e cosa rimane? – Nulla!
Di fronte, sulla tomba, il visionario [che vedeva il fantasma della propria amata e lo baciava] ancora indugia e abbraccia il Nulla!
E l’eco nell’ossario grida per l’ultima volta: «…Nulla!»11.
Note
1. F. De Andrè, Il bombarolo, in Tutte le canzoni, Mondadori, Milano 2006, pag. 172.
2. R. Casale, Girasalta, in Circo immaginario, Ayler, 2006.
3. F. Guccini, Cazone delle ragazze che se ne vanno, in Stanze di vita quotidiana, EMI, 1974.
4. V. Capossela, I pagliacci, in Canzoni a manovella, CGD, 2000..
5. Cfr. G. Reale, (a cura di), I presocratici, Talete A, 9, Bompiani, Milano 2006, pag. 163-165.
6. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, Einaudi, Torino 2007, pag. 114.
7. E. A. Poe, Hop-Frog, in I racconti, Vol. III, Einaudi, Torino 1996, pag. 1012.
8. Bonaventura, Veglie, in G. Bevilacqua, I romantici tedeschi, vol I, Bur, Milano 2003, pag. 606.
9. Ivi, pagg. 603-604.
10. Ivi, pag. 581.
11. Ivi, pagg. 620-621.
Appendici
Molte citazioni sarebbero d’uopo riguardo ad un tema così tanto trattato. Ci limiteremo in questa sede alle essenziali per collocare bene l’articolo.
La giustamente famosa canzone di De Andrè, Il bombarolo, è contenuta in un album anch’esso famoso e per certi aspetti controverso. Il cantautore stesso ne rilevava i limiti osservando che se uno vuole scrivere un saggio di politica, scriva un trattato, non un album; tuttavia questo Storia di un impiegato è un album pregevole, con brani ormai divenuti ‘classici’. La canzone in questione si può ascoltare qui.
Da Il circo abbiamo la scena in cui Chaplin si prende gioco dei numeri stantii dei pagliacci, mostrando come si fa a far ridere; la risata inconsapevolmente suscitata (ma in realtà creata ad arte) risulta la più fragorosa. Ed ecco il celebre duetto con Buster Keaton.
L’album di Rossana Casale, Circo Immaginario, è come si diceva diviso tra alti e bassi; alcuni brani si possono assimilare alla migliore tradizione cantautoriale; altri peccano di sdolcinatezza e sentimentalismo. Qui si può ascoltare un breve estratto di Girasalta.
Anche l’album Stanze di vita quotidiana di Francesco Guccini è molto controverso e discusso; se infatti quando uscì il critico Bertoncelli lo stroncò, solo più tardi ne venne riconosciuto il valore. Le musiche e i testi sono tra i più elaborati della carriera di Guccini. Qui si può ascoltare Canzone delle ragazze che se ne vanno.
Su Canzoni a manovella c’è ben poco da dire, se non che è l’album italiano più bello ed importante uscito dal 2000 in poi; in generale, tuttavia, anche i successivi album di Capossela (Ovunque proteggi e Da solo) hanno mantenuto un livello molto alto. Ecco I pagliacci.
Su Angelo Maria Ripellino si permetta di rinviare a questo post: L’onesto rifiuto.
Potete leggere on-line Hop Frog di Poe qui.
Infine riguardo alle Veglie di Bonaventura si permetta il rimando a due altri post: Veglie e marionette e Riso e nulla.