Physis
Fino a che l’amicizia,
l’amicizia schietta ancora dura nel cuore
non fa male l’uomo a misurarsi
con la divinità.
(Hölderlin)
§ 0.
Contro la prassi ma secondo lo spirito della rete, questo testo è senza forma fissa: ne assume di nuove di tanto in tanto, viene corretto, modificato, sistemato, manomesso più e più volte senza appariscenti segnalazioni per dare senso al testo filosofico su internet – il testo in movimento. Non a caso è, appunto, un testo virtuale.
Che cos’è un testo? È prima di tutto una forma immaginata per iscritto, e quindi è ‘fermo’. Fisso una volta per tutte, esso generalmente si muove per mezzo delle traduzioni e delle riedizioni – confermando così la sua natura fissa: traduzioni e nuove edizioni sono infatti nuovi testi. Lo stesso testo è, per sé, solo uno – una forma immaginata una volta sola. Ebbene questo non è un testo. Né però un ipertesto, non servendosi di collegamenti ipertestuali. In realtà, questo è un testo a spirale: circola su sé stesso per trovare nuove configurazioni solo apparentemente identiche alle precedenti – e ogni spostamento è un’ascesa.
Tale movimento ascensionale coinvolge da un altro lato questo tipo di testo: dal lato del soggetto (l’autore). Può un testo essere prodotto realmente da due soggetti o più? Il panorama dell’editoria ci mostra quanto facilmente ciò possa avvenire. Ma le cose non stanno in questo modo. Due immaginazioni non fanno una realtà ma due – due forme immaginate, per iscritto divengono due testi; poi l’editoria trasforma queste forme in unità, elementi di compravendita culturale. La forma precipua del testo resta la forma immaginata per iscritto da uno solo. In questo testo a spirale non tentiamo di scrivere un testo in due, ma di immaginare le stesse forme – di formare le stesse immagini. E ciò è possibile solo se trascritte in un testo a spirale, perché ciò che immagino delimita l’immagine dell’altro e così si danno forma tra loro immagini. «Se io gli presto dei pensieri, in compenso egli mi fa pensare» (Merleau-Ponty).
In questa alchemica ascensione dal Due all’Uno della forma immaginale di un testo – nel senso inverso rispetto alla decadenza (descensus) e puntando alla sorgente (origo) – risiede la direzione del nostro pensiero. Una epistrophé che riconduce dall’emanazione dei molti all’Uno. In questo rivolgimento si attua una negazione speculare del tentativo alchimistico di realizzare l’opus contra naturam; più precisamente, la decadenza procede in direzione di un allontanamento dalla natura, o quantomeno si illude di potersi incamminare su questa via; risalire all’origo è ridirigersi verso la natura.
Dalle estremità della pratica manipolatrice dell’alchimia lo sguardo si rivolge indietro; la spirale comincia dall’ipogeo della catabasi e da lontano scorge appena la meta dell’anastasi. La meta pre-esiste al percorso, nonostante non ne sia determinata; con questa consapevolezza il cammino sarà più agevole e ci si potrà permettere di fermarsi a godere delle ombre che si incontrano. La meta è intravista, eppure rimane così tanto impenetrabile da non poter stabilire se sia fatta di luce o di ombra.
Il pensiero è caratterizzato, quindi, non tanto dal non raggiungere mai l’obiettivo ma dal guardarsi bene dalla pretesa di averne uno determinato. L’oggettività – il nudo senso dell’avere un obiettivo – è prendere la mira senza aver visto il bersaglio. Unico accorgimento, in ossequio alla parola scritta: per oltrepassare un testo bisogna evitare di leggerlo al di là delle parole che nel testo sono espresse. Già ogni parola è un abisso separato.
Parlare di filosofia è come confessare un amore ad un amico o ad un giudice, oppure come leggere un manuale di istruzioni per l’uso di un apparecchio e domandarsi solamente alla fine se lo si è letto nella propria lingua e non invece in una sconosciuta. Nel primo caso sarebbe vano credere di poter trasmettere alcunché all’interlocutore, nel secondo si è davvero stupidi: in ambedue i casi si è ingenui. Chiedersi che cos’è la filosofia è come cercare di capire cosa si prova per una persona (la persona latina) – se sia infatuazione, amicizia, amore, dedizione oppure interesse.
Quando si ama Sofia (la filosofia non si può amare, ché non si può amare l’amore), è quella a rivelarsi. La natura ama nascondersi a coloro che non la amano. Paracelso chiede: Che altro è la natura se non la filosofia visibile, che altro la filosofia se non la natura invisibile? Ebbene, la natura è l’oggetto visibile dell’amore di Sofia – ta metà ta physikà non è che, semplicemente, lo studio di ciò che circonda la Natura, ciò che le sta intorno. Né ‘oltre la fisica’, né ‘dopo la fisica’ – solo Sofia (come) ‘intorno alla Physis’. Se la fisica si occupa di ciò che appartiene al mondo dei fenomeni naturali, la metafisica è il luogo in cui si prende coscienza che domandarsi «che cosa significa ‘mondo dei fenomeni naturali’?» altro non è che fermarsi (a pensare) e guardare intorno – l’intorno del ‘qui’ del mondo. Per questo motivo pensare è intorno alla Natura. Non solo perché non si può che pensare la Natura, ma soprattutto perché il pensiero non è Natura, piuttosto esso è il suo ‘intorno’. Deleuze: «la metafisica pone in circolo la physis, la fisica».
L’amore di Sofia è un movimento fermo, un fermo-immagine. O sia una immagine che non sappiamo concepire se non in movimento, – al momento di definirla sentiamo infatti la necessità di specificarne la fissità. Questo movimento intorno alla Physis (o Natura) non è altro che il fermarsi a pensare. Quando si pensa tutta la storia si ferma. La storia è infatti il movimento del pensiero in movimento: un altro motivo per cui Storia e Natura non si toccano. Ogni pensiero aggiunge una ruota al carro filosofico della storia, come ogni scena di un film completa le precedenti nella mente del regista.
Al centro dell’intorno sta l’uomo, l’uomo che pensa. Ma non per questo il pensiero è umano.
Se il pensiero fosse umano, tutti gli uomini penserebbero.
“Tutti” sanno – dice Deleuze – che di fatto gli uomini pensano raramente, e più per effetto di uno shock che animati da un gusto particolare. Il pensiero è il non-umano. I pensati sono cose, l’atto di pensare è naturale, ma il pensiero non è la natura. L’uomo è cosa tra cose e il pensiero non è una cosa, sebbene possa anche pensare le cose. La religione spezza l’uomo in due: da una parte, dice, egli è cosa; dall’altra una non-cosa: anima, spirito. L’uomo è invece in tutto e per tutto cosa. Il pensiero non è una parte dell’uomo; è altro rispetto ad esso, anche se non alla maniera della trascendenza. L’uomo non pensa; è pensato. È permeato dal pensiero e ciò provoca gli stessi effetti dell’olio versato sul capo di Aronne. Il pensiero è la grazia concessa a una cosa; in quanto unto dal pensiero ogni pensatore è un messia. L’unguento è potenza generatrice: permeando il corpo lo ingravida, come nel mito lo spirito santo feconda Maria permettendole di generare il redentore.
La disgrazia è l’abbrutimento. L’uomo aggraziato è quanto di più raro si dia; con l’uomo aggraziato si assiste ad uno degli eventi più stranianti a cui ci è dato assistere: la cosa permeata dal pensiero. Solo il pensiero stesso può rendere conto di come avvenga questa fecondazione, il fatto che l’uomo sia permeabile, ma che alcuni non lo sono.
A tutta prima, la definizione di uomo come animale razionale sembra compatibile con quanto abbiamo detto; tuttavia, tale definizione è informe poiché tenta di sovrapporre due piani che in realtà non si possono neppure accostare: i piani di natura, la cui manifestazione che talvolta ci afferra è il pensiero, e scienza.
Scienza è tutto ciò che si può dire; potremmo ridurre la scienza all’empiria, intesa in senso lato, fuori da ogni contesto storico. L’empiria è ciò che riguarda i moti direzionali e di senso opposto dalla materia ai sensi et vice versa. I cinque sensi non bastano a comprendere il corpo, perché esso non è formato dai cinque sensi. Innanzi tutto perché i sensi non sono cinque, ma sono infiniti: ad esempio, la voce è un senso; la flatulenza è un senso; ogni singola sensazione è un senso. La visione che riduce il corpo agli infiniti sensi, o alla somma di questi, è la visione empirico-scientifica.
Natura è l’indicibile; è ciò che si sottrae ai sensi. Il pensiero è il modo in cui la natura si manifesta all’uomo come altro da sé.
§ 2.1.
L’obiezione secondo la quale tutti gli esseri umani hanno dei pensieri è da respingere nel modo seguente:
Confutazione del senso comune secondo cui “tutti gli esseri umani pensano”.
Precisando che il “senso comune” è l’empiria, cioè al modo della somma dei sensi della medietà umana, si considerino le comuni empirie fisiologiche. La digestione comporta l’espulsione di gas dall’esofago o dal retto. Il rumore che le vibrazioni orifiziali producono sono oggetto di empiria. Lo stesso fiato è empiria che può essere modulata dalle corde vocali.
Allo stesso modo, il rumore di sottofondo prodotto dall’attività cerebrale è empiria. Ciò che il senso comune chiama pensiero e crede essere proprio a ogni uomo poiché lo contraddistinguerebbe dagli altri animali è niente più niente meno che una sorta di flatulenza del cervello. Tale attività fisiologica (empirica) del cervello può anche venire modulata oralmente, emettendo certo rumori a volte simili ad altre flatulenze. «Demetrio diceva argutamente della voce del popolo, che egli non faceva più caso di quella che gli usciva dal di sopra che di quella che gli usciva dal di sotto» (Montaigne). Ma ciò che conta, al di là di ogni giudizio, è che tale attività si può dire.
Ciò che possiamo dire, dunque, è che, al pari di qualunque altra cosa che possegga un sistema nervoso centrale, tutti gli esseri umani hanno attività cerebrali fisiologiche (empiriche).
Alla modulazione orale dell’attività cerebrale, non si contrappone la formulazione. La forma, in quanto ciò che informa e che permette la formulazione, è il non-contrapponibile, poiché non pone e non contrap-pone.
Il pensiero è ciò che permette la formulazione, poiché il pensiero è forma. La forma non si può dire: la forma è l’impersonale che si dice, e in questo si è riflessiva e impersonale – riflessiva perché impersonale. Pertanto il pensiero è riflessione che esclude la soggettività spicciola. La forma penetra l’uomo che la ha come altro da sé; il pensiero dunque permea chi ne è toccato e permette la formulazione vocale e soprattutto scritta. Bisogna distinguere l’empirica modulazione dalla naturale formulazione; e distinguere l’orale empirico dal vocale naturale.
Il pensiero è la manifestazione in cui all’uomo splende e si rivela la natura. Una volta espresso (vocalità) o impresso (scrittura), il pensiero riacquista i canoni dell’impersonalità; l’unico momento personale è la manifestazione al singolo pensatore. Da qui l’equivoco del soggettivismo che ritiene il pensiero esclusivamente valido e vero per ogni singolo soggetto e al di là del quale non si può andare. Ma l’oggetto e il soggetto non corrispondono all’impersonale e al personale: propriamente l’impersonale non si dà se non per mezzo della persona; vice versa il personale non è tale se non permeato dall’impersonale. Oggetto e soggetto intesi come due entità che si contrappongono e stanno di fronte nel rapporto conoscitivo, non possono rendere conto della coappartenenza di personale e impersonale, e cadono perciò in un dualismo inesplicabile e incapace di esprimere come un dentro (soggettivo) possa spiegare un fuori (oggettivo). In realtà, il pensiero è il soggetto che permea la cosa, ossia l’oggetto, rendendo possibile la conoscenza. Il pensatore è appunto una cosa permeata dal pensiero.
Per manifestarsi appieno, il pensiero non lascia essere solo ciò che è, ma anche ciò che è stato. La manifestazione non è solo nella pura natura che non si può dire, ma anche in ciò che è già stato espresso o impresso. In tal maniera non si dà storia del pensiero, ma espressione o impressione: l’assolutismo espressivo e impressivo della natura si sottrae alla relatività storicista. La storia si occupa del diverso nel corso del tempo; il pensiero è sempre stato ed è sempre uguale, anche se si manifesta per mezzo di cose diverse. Il pensiero è sempre uguale perché la natura è una. Pensare è giungere all’uno dai molti.
L’uomo che è invasato dall’Altro non parla, è parlato; non pensa, è pensato; non dice (ciò che non si può dire), è detto. E questo anche Bene non l’ha detto.
Sospesa tra la cosa e la natura, si effonde la filosofia che tenta di dire l’indicibilità del pensiero. La filosofia è l’unica disciplina che si accosta (o tenta di accostarsi) al naturale. La scienza è empirica e dunque mette capo all’empiria. Pertanto la scienza, quando professa uno svelamento delle leggi naturali, distorce e si inganna. Essa, quando parla di ciò, è naturalistica (distorsiva), non naturale (discorsiva). Le cosiddette “scienze della natura” sono una contraddizione in termini. La differenza, nello sguardo che si ha sulle cose, tra chi cerca il significato e chi guarda il significante si esprime nelle figure dello scienziato e del filosofo. Se il primo indaga, il secondo ammira; se il primo usufruisce, il secondo fruisce; quando il primo si dimena, il secondo se la gode; quando il primo si curva, il secondo si dimena; se il primo critica l’arte, il secondo la fa. Se il primo tira avanti il mondo, il secondo dà ad esso una forma; se il primo vigila, il secondo sogna.
Il vero volto della natura è svelato solo dal pensiero. (Non da parte dell’uomo, ma per mezzo dell’uomo.) Altrimenti, la natura degrada in cosa. Le cose sono la natura considerata senza l’attributo del pensiero. La filosofia si occupa della natura, la scienza di cose. Filosofia e scienza non si accorderanno mai sul fatto che «Il pensiero reale, cioè scritto, ignora la realtà perché ne fa parte» (Raciti). Citare e recitare altri pensieri reali dilata la realtà finché si comprende che è la natura a mostrarsi, non le cose a essere rivelate.
Il naturale è ciò che sempre si sottrae; il naturale è indicibile. La natura non è un dogma; l’indicibile non è una scappatoia. È ciò che non si può dire perché il dire rimanda sempre a un dire-di-qualcosa. La natura è il pre-testo del non-detto. Il dire naturale è dire ciò che non è. È ciò che sta prima, dopo, sopra, sotto le cose, ma non nella maniera dello stare-accanto o del contenere; bensì come ciò che non-sta-in. La natura non sta nelle cose e le cose non stanno nella Natura. La natura è ciò che si sottrae alle cose. I più bei pensati (e non “le più belle pensate”) sono quelli che non si possono dire. E si scrive solo ciò che resta. Dalla forma della scrittura emerge la sensibilità dello scrittore. Non dal contenuto, bensì dalla forma. È la forma – o lo stile, il modo di periodare, l’uso del lessico, il rispetto o meno della sintassi e dell’etimologia, il procedere o incedere del discorso – che aggrazia la psyché dell’autore, giacché l’indicibile si può solo vedere, non dire.
Non è, però, che il rapporto tra pensiero e natura si possa intendere allo stesso modo di quello tra fenomeno e noumeno. La natura è pensabile perché si manifesta attraverso il pensiero; ma essa non è “solo” pensabile: è la realtà di ogni pensiero e si rende accessibile nelle forme naturali.
La sensibilità, l’intelletto e pure quelle che Kant chiama forme pure a priori, attengono al principio empirico, all’indagine il cui punto di partenza rimane sempre l’empiria.
Difatti, non importa cosa e come percepiamo; la percezione è empiria. Importa la forma che ci consente di informare la percezione; forma che non è data a priori, ma che si manifesta nel pensiero.
Precisamente, le forme fanno riferimento alla forma – la forma del pensiero imprime ed esprime le forme del pensiero: arte, poesia, filosofia, liberate dall’empiria e mantenute nel concetto.
Con ciò non si vuole liberare ogni tipo d’arte dalla forma propria, quasi che un quadro o una scultura fossero solo veicolo d’un concetto. In arte e in filosofia (che mostra qui il suo lato artistico), la forma è il concetto e il concetto è la forma: ogni arte ha la sua forma propria attraverso la quale si manifesta il pensiero. L’unicità del pensiero non è affatto incrinata dalla molteplicità delle forme artistiche; le forme non cambiano la forma, poiché il pensiero permea qualunque forma artistica: il pensiero è unico ed unitario, perenne espressione o impressione della forma, dalla quale è escluso ogni divenire storico, ma non ogni divenire delle forme. La natura è essere e divenire insieme: l’essere della forma e il divenire delle forme.
Per quel che riguarda un aspetto che potrebbe apparire empirico rispetto alle arti figurative, bisogna distinguere immagine e figura: l’immagine è naturale; la figura è empirica. L’immagine è l’impressione della manifestazione della Natura; l’arte è pura immaginazione che dà forma all’artista anche tramite ciò che è stato espresso o impresso. La figura è la fantastica gabbia dell’empiria in cui è precluso l’accesso al pensiero. Pertanto, l’arte è immaginazione e non si dà arte che non sia immaginativa; cosicché la dicitura arti figurative risulta priva di senso filosofico.
L’arte è naturale, altrimenti non è arte.
Ciò che ci è giunto come perì physeos non è altro che le prime parole per dire l’indicibile: i primordi come ciò che si aggira attorno alla natura, come ciò che ne è più vicino, ciò che essendo al limite del dicibile lo definisce e ce ne dà i confini.
Tuttavia per Eraclito «i confini dell’anima, nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppure se percorrerai tutte le strade: così profonda è l’espressione che le appartiene» (così Colli). Se la psiche non ha confini, la natura è il con-fine in sé: è ciò che sta assieme alla fine; e ci sta dall’inizio alla fine.
Del resto rendere dicibile e far decadere a mera oralità ciò che come indicibile permea il pensatore o l’artista è la semplice neutralizzazione della natura. Rendere comprensibile ciò che per natura non può esserlo è neutralizzare ciò che non si può dominare. Ciò che non può essere dominato, non può neanche dominare, poiché il dominio è sempre nel gioco del reciproco tentativo di dominazione. La natura (e con essa la sua manifestazione), pertanto, si sottrae anche a qualunque gioco di potere.
Si è tentato e si tenta di neutralizzare la ribellione, la libertà unica delle forme ribelli. Per esempio si tenta di ridurre il pensiero a processo storiografico-culturale: anche il rifiuto da parte del pensatore dell’economia industriale e del mondo capitalista e borghese viene inteso come semplice insoddisfazione o come perdita del ruolo dell’intellettuale all’interno della società, quasi il pensiero fosse figlio dei tempi e non avesse la forza di opporsi alla cultura dell’epoca, ma si trascinasse stanco, lasciandosi macinare dal mulino delle mode e dell’economia. L’inquadramento in un processo storiografico-culturale è poi allargato a tutta quella che viene definita produzione artistica o, più in generale, produzione intellettuale. Ma ciò che l’artista o il pensatore ha rifiutato è la produzione in sé, l’arte come artigianato o prodotto: è il modello puramente economico. Tutto, invece, per il ribelle, è riportato alla natura, all’indicibile.
Rendere comprensibile la poesia, il lavoro da studentelli, da critici, da esemplificatori e divulgatori, finanche le note esplicative a margine di un qualunque testo, sono un processo di neutralizzazione, volto a scardinare la porta della natura, a deturparne ciò che malamente si crede di coglierne, per riportarlo a una dimensione di forza storica, violenta e intrappolata in un gioco di potere. Invece l’incomprensibilità è ciò che sta al di là e al di quà, di sopra e di sotto, da un lato e dall’altro rispetto a qualunque gioco di potere. L’incomprensibilità è una ribellione grafica.
La frode storicistica è il principale strumento col quale si tenta di neutralizzare il pensiero. La storiografia si presenta come la conclusione (la conchiusione) dell’eversività delle manifestazioni del pensiero. Le ribellioni, l’arte, il pensiero in genere non sono mai sovversivi; la sovversione tenta di ribaltare lo stato di cose per sostituirlo col suo contrario o comunque con un altro stato di cose; il pensiero manifestato è invece eversivo, giacché alla sottrazione di qualunque gioco di potere corrisponde il fuoriuscire-da o non entrare-in qualsiasi stato di cose.
La storiografia, pertanto, è modulare il pensiero snaturandolo, affinché risulti comprensibile e inscatolabile in uno stato di cose; questo è sempre in una modalità o in un’altra, ossia sempre sovvertibile, in quanto uno stato non può esistere se non in relazione con un altro stato. La sovversione deve, per essere tale, sovvertire qualcosa e paventa sempre il rischio di essere a sua volta sovvertita. L’eversione, essendo altro da tutto ciò, non è in relazione con lo stato di cose; è naturale e non teme ribaltamenti, poiché lo stato di cose, qualunque stato di cose, non è né suo affine né suo contrario.
Tra l’altro, da una parte il non parlare di poesia, di musica, di arte, di pensiero definito contemporaneo, il non parlare di tutto questo nelle scuole, nelle università, nei mass-media; e dall’altra, portare a giustificazione di ciò la considerazione che non ne abbiamo ancora una giusta distanza storica e perciò rivolgersi solo a ciò che è storico; ebbene, queste due parti di una stessa modalità, questi due risvolti della stessa medaglia non significano altro che la neutralizzazione del pensiero. Per la storiografia non esiste il pensiero; per essa esiste solo il pensato. Solo in quanto pensato, ossia come pensiero neutralizzato, il passato storico viene fatto agire sul presente (ammesso che venga fatto agire).
La storiografia tende a rendere tutto comprensibile, è volta alla comprensione dell’incomprensibile; dunque essa è per natura inadeguata a esprimere o imprimere il pensiero.