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«Life and Habit» di Samuel Butler

Premessa alla traduzione
Presento in traduzione italiana alcuni brevi brani di una delle opere “scientifiche” (per quanto egli fosse riluttante a chiamarle tali) di Samuel Butler – altrimenti noto come autore del romanzo Erewhon (cfr. ed. it. Adelphi, 1975) – e cioè Life and habit (Jonathan Cape Edition, 1910). L’edizione originale risale al 1877 (sebbene talvolta venga riportato l’anno successivo), pochi anni dopo la pubblicazione dell’opera darwiniana, alla quale Butler fa diretto riferimento in questo e altri suoi scritti successivi, come Evolution, Old and New (1879), Unconscious Memory (1880) o Luck or Cunning (1887). I brani sono selezionati secondo il contenuto: cerco, cioè, di rintracciare nel testo una linea argomentativa trascurando nella traduzione le parti che devìano da questa linea. Ciò non significa che quello qui presentato sia il tema centrale dell’opera, anzi: questo è uno dei temi che percorrono il testo, il quale si caratterizza per uno stile poco formale, diretto, talvolta romanzesco. Per quanto il valore “scientifico” (anche qui le virgolette sono d’obbligo) dell’opera possa oggi essere messo in seria discussione, rimane valido l’impianto argomentativo e la brillante intelligenza del suo autore, uno dei più importanti del suo secolo. Il testo originale è disponibile presso il Project Gutenberg e, sebbene non presenti numerazione delle pagine, sono qui segnate per un più efficace orientamento (le note sono mie).

Samuel Butler
VITA E ABITUDINE

1877

Capitolo I. Su certe abitudini acquisite
Sarà nostro compito nei seguenti capitoli capire se l’incoscienza, o semi-incoscienza, con le quali compiamo alcuni gesti acquisiti, sembrerà portare una qualche luce sull’embriologia e sugli istinti ereditati, e altrimenti seguire il corso del pensiero che il genere di azioni suddette potrebbe suggerire; specialmente fino a che esse sembreranno corroborare l’origine delle specie e la continuazione della vita per generazioni successive, sia nel regno animale che in quello vegetale.
In apertura, tuttavia, desidero piuttosto rifiutare chiaramente in queste pagine la più piccola pretesa di valore scientifico, originalità, o anche di accuratezza per un genere alquanto approssimativo e a portata di tutti – a meno che un argomento non sia vero abbastanza da sorreggere una cattiva lettura, la sua verità non sarà solida, e la colpa ricadrà piuttosto sulla sua debolezza se verrà frantumata, che non sull’inavvertenza del frantumatore. Non ho intenzione di istruire, né tanto di essere istruito; il mio scopo è semplicemente di deliziare e interessare la nutrita schiera di persone che, come me, nulla sa di scienza, ma a cui piace discutere e riflettere (non troppo approfonditamente) sui fenomeni che la circonda. Mi sono anche concesso una briglia sciolta, per parlare della prima cosa che mi venisse in mente, senza pensare se fosse vecchia o nuova; essendo certo che se vera, deve essere molto vecchia oppure non sarebbe mai venuta in mente a uno così poco versato nelle scienze come me; e sapendo che è talvolta più piacevole imbattersi nel vecchio sotto vesti lievemente mutate, che non esaminare minuziosamente le formalità e le incertezze dell’acquisire nuove conoscenze. Allo stesso tempo, direi che qualsiasi cosa io abbia intenzionalmente attinto da qualcun altro, l’ho sempre ammesso.
Risulta ovvio, perciò, che il mio libro non può essere pensato per la lettura attenta di scienziati; ma è pensato unicamente per il grande pubblico, col quale credo di sentirmi in armonia, come so valere né più né meno per loro. (pagg. 2-3)
(…) Quante migliaia di singole lettere i nostri occhi scorrono ogni giorno sul giornale “Times”, quanto poche di esse notiamo, o ricordiamo avendole notate? Eppure c’è stato un momento in cui abbiamo avuto qualche difficoltà nel leggere persino le più semplici parole, che con gran fatica abbiamo impresse nella nostra memoria per riconoscerle quando ci ritorniamo su. Adesso, non una singola parola di quelle viste rimarrà in noi, a meno che non sia nuova, oppure una nota ma usata in un senso non familiare, nel qual caso la notiamo, e molto verosimilmente ricordiamo. La nostra memoria conserva solo il contenuto [the substance], il contenuto soltanto essendo non familiare. (pag. 5)
(…) Qui, come negli altri casi già visti, finché non avremo conosciuto in modo perfetto, saremo consci dei nostri atti di percezione, volizione e riflessione, ma quando la nostra conoscenza sarà divenuta perfetta non noteremo più la nostra consapevolezza, né la nostra volizione; né sapremo risvegliare una seconda coscienza artificiale senza qualche sforzo, e un’alterazione del processo del quale ci sforziamo di divenire coscienti. Non siamo più, per così dire, sotto la legge, bensì sotto la grazia. (pag. 6)

Capitolo III. Applicazione dei precedenti capitoli ad alcune abitudini acquisite dopo la nascita generalmente considerate istintive
(…) Di certo ci si presenta a primo acchito come singolare coincidenza –
I. Che siamo più consci di, e abbiamo maggior controllo su, certe abitudini come il discorrere, la stazione eretta, le arti e le scienze, che sono acquisizioni peculiari della razza umana, sempre fatte dopo la nascita, e non comuni né a noi né a qualsiasi antenato finché non divenuti interamente umani.
II. Che siamo meno consci di, e abbiamo minor controllo su, mangiare e bere, succhiare, respirare, vedere e sentire, che sono acquisizioni dei nostri antenati preumani, e alle quali abbiamo provveduto da noi con tutto l’apparato necessario prima di aver visto la luce, che però sono ancora, geologicamente parlando, recenti, o relativamente recenti.
III. Che siamo più incoscienti di, e abbiamo il minor controllo su, la nostra digestione e circolazione, che appartengono financo i nostri antenati invertebrati, e che sono abitudini, geologicamente parlando, estremamente antiche.
C’è troppo metodo in questo per essere preso come risultato del mero caso – caso che è ancora una volta nient’altro che una dimostrazione dell’amore per la contraddizione in termini da parte della Natura; per cui tutto è casuale, e nulla è casuale. E puoi fare che tutto sia casuale oppure nulla lo sia, come preferisci, ma non puoi avere metà casuale e metà non casuale. (pag. 21)
(…)

Capitolo VI. L’identità personale (séguito)
(…) La riparazione (come è oggi universalmente riconosciuto dai fisiologi) è solo una fase della riproduzione, o meglio riproduzione e riparazione sono solo fasi della stessa energia; e ancora, la morte e l’ordinario scarto quotidiano di tessuto, sono fasi della medesima cosa. Così l’identità è determinata nel vero senso della parola, non dalla sola morte, ma dalla combinazione di morte e indebolimento della stirpe1, della mente o del corpo che sia.
Ripetiamo. Laddove ci fosse un centro separato del pensiero e dell’azione, vedremmo che è connesso con i successivi stadi dell’essere, per mezzo di una serie di cambiamenti infinitamente piccoli di momento in momento, con, forse, a volte cambiamenti più sorprendenti e rapidi, ma, nonostante ciò, senza alcuna improvvisa, completa, e irreparata rottura con la condizione precedente, che concorderemo nel chiamare morte. (pag. 36)
(…) Con una riflessione alquanto semplice si mostrerà che l’identità, nel senso in cui comunemente si predica degli agenti viventi, non consiste in un’identità di fatto, della quale non vi è ombra nell’infante, diremo, né nell’ottantenne nel quale si è sviluppato. Né, poi, dipende da un che di forma o abito2; la personalità è fatta per resistere a frequenti e radicali modifiche di struttura, come nel caso del bruco e di altri insetti. Darwin, citando il Prof. Owen, ci dice (…)3 che nel caso del cosiddetto sviluppo metagenetico, «le nuove parti non sono foggiate sulla superficie interna di quelle vecchie. La forza plastica ha cambiato il suo modo d’operare. L’involucro esterno, e tutto ciò che ha dato forma e carattere all’unità precedente, muoiono, e vengono eliminati; essi non vengono trasformati nelle parti corrispondenti dello stessa unità. Queste si devono a un nuovo e distinto processo di sviluppo». Sicuramente, c’è più nascita e morte nel mondo di quanta ne possa immaginare la gran parte di noi; ma è così mascherata, e nel complesso, così piccola per i nostri scopi, che non riusciamo a vederla. Seppure deve essere radicale e completa come i cambiamenti dell’organismo sopra descritti, noi non li sentiamo come un ostacolo all’identità personale più dei considerevoli cambiamenti che hanno luogo nella struttura dei nostri stessi corpi tra la giovinezza e la vecchiaia.
Forse la più eclatante illustrazione di ciò si può ritrovare nel caso di alcuni echinodermi, dei quali ci parla Darwin, per cui «l’animale nel secondo stadio di sviluppo si forma quasi come un germe all’interno dell’animale nel primo stadio, l’ultimo essere poi si spoglia come di un vecchio vestito, seppur talvolta mantenendo per un breve periodo una vitalità indipendente»4.
Né poi la personalità dipende da una qualche coscienza o un senso di una precisa personalità nella parte della creatura stessa – non è verosimile che la falena ricordi di essere stata un bruco, più di quanto lo sia che noi stessi ricordassimo di essere stati bambini di un giorno di vita. Dipende semplicemente dal fatto che le diverse fasi dell’esistenza sono state connesse tra loro, da collegamenti che concordiamo nel considerare sufficienti per produrre identità, e che passano dall’uno all’altro in quello che a noi appare un continuo, sebbene a volte possa sembrare agitato, flusso. Questa è la vera e propria essenza della personalità, ma coinvolge la probabile unità di tutta la vita animale e vegetale, essendo, in realtà, nient’altro che una singola creatura, della quale i membri componenti sono solo, com’era, globuli del sangue o cellule singole; essendo la vita una sorta di lievito, che, una volta introdotto nel mondo, lo fermenterà interamente; oppure di fuoco, che consumerà tutto ciò che potrà ardere; o di aria o acqua, che trasformeranno la totalità delle cose in esse stesse. Infatti, non vi sarà probabilmente alcuna difficoltà ad ammettere l’esistenza continuativa dell’identità personale tra genitori e loro prole in tutte le epoche (non essendoci alcuna improvvisa rottura ogni volta tra l’esistenza di qualche genitore materno e quella della sua progenie), mica dopo un certo periodo i cambiamenti nei sembianti esterni tra discendenti e antenati diventino molto ampi, sembrando i due ognuno per conto proprio, e sembra assurdo in ogni caso dire che essi sono uno e il medesimo essere; come allo stesso modo dopo un certo periodo – sebbene nessuno possa dire in che preciso momento – il Tamigi diviene il mare.
D’altronde, la separazione dell’identità è praticamente di gran lunga più importante della sua continuità. Noi desideriamo essere noi stessi; non vogliamo reclamare parte o pezzetti della nostra identità a chicchessia. Questo aggregato di identità non trova risposta nella vita di tutti i giorni. (…) La personalità è la creatura del tempo e dello spazio, che cambia, come il tempo, impercettibilmente; noi siamo quindi spinti a incontrarci con essa come con tutte le cose continue e armoniose; come con il tempo stesso, per esempio, che scandiamo in giorni, stagioni, momenti, anni, in divisioni spesso arbitrarie, ma coincidono, nell’insieme, per quanto riusciamo ad approssimare, con i cambiamenti più notevoli che ci riesce di osservare. (pagg. 37-38)
(…) L’identità personale, quindi, è pressapoco come la specie stessa. Adesso, grazie a Darwin, si ritiene generalmente che le specie si legano o vengono fuse l’una nell’altra; cosicché ogni possibilità di ordinamento e apparente suddivisione in gruppi definiti, è dovuta alla soppressione con la morte tanto degli individui quanto dell’intero genere, che, fossero stati essi esistenti ora, si sarebbe voluto collegare tutti gli esseri viventi per mezzo di una serie di sfumature così elusive che si sarebbe potuta tentare una modesta classificazione. (pag. 39)
(…)

Capitolo XII. Gli istinti negli insetti asessuati
(…) «Frederick Cuvier e molti dei vecchi metafisici hanno accostato l’istinto all’abitudine».
Io vorrei andare oltre dicendo che l’istinto, nella gran parte dei casi, è abitudine pura e semplice, contratta originariamente da uno o più individui; praticata, probabilmente, in un modo coscientemente intelligente nel corso di diverse vite successive, finché l’abitudine non ha acquisito la massima perfezione che le circostanze permettessero; e, finalmente, così impressa nel profondo della memoria che riesce a sopravvivere all’oblio delle impressioni minori che generalmente ha luogo ad ogni nuova ondata di vita o generazione. (…) Quando un istinto non è un’abitudine, come risultato di memoria pura e semplice, è abitudine modificata da alcuni interventi, generalmente in giovane età o in stadi embrionali dell’individuo, [abitudine] che disturba la sua memoria, e lo guida in qualche percorso inusuale, visto che non può riconoscere e ricordare quello suo usuale a causa del cambiamento adesso avvenuto. Abitudini ed istinti, di nuovo, possono essere modificati da un importante cambiamento nelle condizioni dei genitori, che quindi influenzerà del genitore il senso della sua propria identità e al tempo stesso creerà più o meno disturbo, o intralcio della memoria, nella generazione immediatamente prima del ricordo della sua ultima vita. Un cambio di dieta può a volte bastare a comportare specifiche modifiche – sarebbe a dire, a influire su tutti gli individui la cui dieta è cambiata, in un unico modo – se riguarda la struttura o l’abitudine. (pag. 84)
(…) Ma che cosa comporta lo sviluppo di un istinto o struttura, o anzi, qualsiasi effetto sull’organismo prodotto per “uso e disuso”? Comporta un effetto prodotto dal desiderio di fare qualcosa alla quale l’organismo non era originariamente molto o abbastanza adattato, ma alla quale divenne adatto a sèguito del desiderio. Il volere è stato padre del potere; ma questo riabilita l’intera teoria lamarckiana, per cui lo sviluppo degli organi è dovuto ai voleri e desideri dell’animale nel quale l’organo appare. (pag. 93)
(…)

Capitolo XIII. Lamarck e Darwin
(…) diversamente la legge non potrebbe selezionare i percorsi nei quali la vita potrebbe scorrere, allo stesso modo in cui delle leggi, naturali o artificiali che siano, influiscono sullo sviluppo degli ampiamente diversificati commerci e attività dell’umanità. Esse hanno avuto origine piuttosto nei bisogni e nelle esperienze dell’umanità che non in qualsiasi leggi di sorta. (…). La “selezione naturale” opera su ciò che trova, e non su ciò che crea. (pag. 100)
(…)

Capitolo XV. Considerazioni conclusive
Abbiamo visto come non possiamo fare davvero alcunché finché non lo facciamo senza consapevolezza, e come nulla possiamo fare senza consapevolezza finché non lo facciamo davvero; ciò a prima vista può apparire illogico; ma la logica e la coerenza sono lussi unicamente per dèi e per bestie. (…) Lo sforzo cosciente consiste però nell’effetto di limatura degli spigoli di queste due affermazioni contraddittorie, finché ad un certo punto non combaciano l’uno con l’altro così bene da divenire inseparabili. (pag. 111)
(…) Assumiamo perciò che i fenomeni dell’eredità, che riguardino l’istinto oppure la struttura, siano principalmente dovuti alla memoria delle esperienze passate, accumulate e fuse fino a diventare automatiche, o semi-automatiche, come accade dopo una lunga vita –

Una vecchia esperienza può sfiorare
qualcosa come il canto oracolare5. (pag. 112)

(…) Concludiamo, quindi, che il piccolo, astrutturato e impregnato ovulo dal quale ognuno di noi è venuto fuori, contiene una potenziale ricapitolazione di tutti i ricordi accaduti ad ognuno dei suoi antenati ancor prima del momento in cui ciascun antenato l’avesse in eredità dal corpo dei propri progenitori – a condizione che si produca, cioè, un’impressione sufficientemente profonda, o ripetuta abbastanza spesso, da essere ricordata completamente. (pag. 112)
(…) La vita, quindi, è fede fondata sull’esperienza, la quale esperienza è a sua volta fondata sulla fede – o più semplicemente, essa è memoria. Piante e animali differiscono le une dagli altri per il solo fatto di ricordare cose diverse; piante e animali crescono nelle forme che assumono solo perché tale forma è la loro memoria, la loro idea riguardo alla loro stessa storia passata.
Da qui il termine ‘storia naturale’, com’è usato in riferimento alle diverse piante e animali intorno a noi. Dacché lo studio della storia naturale equivale necessariamente solo allo studio delle piante e degli animali stessi, che, al momento di utilizzare le parole ‘storia naturale’, noi consideriamo la parte più importante della natura.
(…) Vita e morte, quindi, sarebbero memoria e oblio, tant’è che siamo morti per tutti coloro che abbiamo dimenticato.
La vita è quella proprietà della materia grazie alla quale è possibile ricordare. La materia che può ricordare è vivente; la materia che non può ricordare è morta.
La vita, dunque, è memoria. La vita di una creatura è la memoria della creatura. Siamo fatti della stessa sostanza [stuff] in partenza, ma ricordiamo cose diverse, e se non ricordassimo cose diverse saremmo assolutamente identici ad ogni altro. Come la sostanza stessa di cui siamo fatti, sappiamo che nulla resta oltre ciò «di cui son fatti i sogni». (pag. 113)
(…) Potrebbe quel che è generalmente chiamato un soggetto scientifico non avere un valore artistico che sarebbe un peccato trascurare? Ma se un soggetto va trattato artisticamente – cioè, con il desiderio di non considerare i soli dati, ma quel che il lettore sente in merito a quei dati, e come egli desidera vederli resi, ciò facendo della sua mente un fattore dell’intenzione, al di là e al di sopra del soggetto stesso – allora allo scrittore non deve essere negata la licenza del pittore. Se uno sta dipingendo un pendio da una certa distanza, e non può vedere se è coperto di castagni o noci, non gli si può impedire di attraversare la vallata per vedere. Se uno sta ritraendo una città, non è necessario conosca i nomi delle strade. (…) Completa verità e assenza d’errore non possono essere forniti dallo scienziato più che dall’artista; ognuno deve sacrificare la verità in un modo o in un altro; (…) Se avrà detto o dipinto abbastanza da farci sentire quel che ha inteso o sentito nel modo in cui desiderava farlo, egli avrà fatto il massimo che un uomo può mai sperare di fare. (pagg. 114-115)

Note
1. Se traducessi «issue» come se stesse per «tissue» (possibile errore di trascrizione), il problema non si porrebbe: «indebolimento del tessuto»; se però «issue» fosse corretto, come credo, allora l’espressione si potrebbe rendere come: «morte e fallimento della stirpe (prole, discendenza)».
2. Anche qui: traduco «fashion» come «abito» ma vale anche «abitudine», «moda», «usanza» o «costume».
3. Butler cita qui la fonte: cfr. C. Darwin, Variazioni degli animali e delle piante allo stato domestico, trad. it. di G. Canestrini, Utet, Torino 1876.
4. Ibidem.
5. Butler cita John Milton, Il Penseroso, 1632, vv. 173-4. I versi suonano così: «Old experience do attain / To something like prophetic strain».