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Sophia

«In quanto credo che Sofia sia intorno a me e possa apparirmi, e agisco conformemente a questa fede, essa è difatti intorno a me e finirà certamente per apparirmi — proprio dove non me l’aspetto. In me forse, come anima mia, e proprio così veramente fuori di me; infatti ciò che è veramente esteriore non può che agire mediante me, in me, su me — e in un rapporto delizioso».
Novalis, Frammento 23.

«Fatimiya, termine astratto che tradotto letteralmente dà qualcosa come ‘fatimianità’, ma che il termine ‘sofianità’ esprime ancor più direttamente non appena noi riconosciamo nella persona eterna di Fatima la Splendente colei che altrove è chiamata Sophia.
[…] È la Sophia del mazdeismo e la tipificazione della Terra celeste. Spandarmat-Sophia è la ‘padrona di casa della Dimora’, è la Dimora stessa come Arcangelo femminile della Terra che è Terra di Luce. […] Rivestirsi di questa sofianità è per l’essere umano accedere fin d’ora alla Terra celeste, al mondo di Hurqalya, mondo della ‘corporeità celeste’, che è quella dei corpi sottili di luce».
Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita.

«Che soluzione straordinaria per la saggezza nascondersi nelle morte! Tutti rifuggono la morte, quindi tutti rifuggono la saggezza, a eccezione di coloro che sono disposti a pagarne il prezzo e andare controcorrente».
Kingsley,  Nei luoghi oscuri della saggezza.

«Ma allora ogni conoscenza sottile, che si ripercuote con un’insidia fatala al di là del suo impatto immediato, è necessariamente un inganno, e la luce sfolgorante che disserra i segreti è davvero portatrice di morte e di schiavitù? È questo che Epimenide voleva dire, che la sapienza è un inganno?»
Colli, La sapienza greca II.

«Nata fuori della scrittura e ripugnante alla scrittura, fu proprio attraverso questa che la ragione si affermò come grande evento — ma episodico — nella storia del mondo. Da allora la filosofia è cosa scritta e fondata su cose scritte — chiusa in una quiete di morte».
Colli, Filosofia dell’espressione.

«Appartengo all’idea. Quando mi fa segno la seguo, quando mi dà convegno aspetto giorni e notti – nessuno mi chiama a pranzo, nessuno ritarda la cena. Quando chiama l’idea, allora lascio tutto, o meglio non ho nulla da lasciare, non deludo nessuno, non amareggio nessuno coll’essere fedele a lei, il mio spirito non è amareggiato dal fatto che devo amareggiare un’altra. Quando ritorno a casa, nessuno mi legge in faccia, nessuno interroga le mie apparenze, nessuno strappa alla mia essenza una spiegazione che neppur io stesso posso dare ad altri, perché non so se sono beato di gioia o sprofondato in affanno, se ho guadagnato la vita o l’ho perduta».
Kierkegaard, La ripetizione.

«Dimorare nelle altezze dell’arte e della filosofia è ad un tempo una maledizione ed una benedizione, e la persona che vi dimora deve evitare ogni contatto con “ciò che è vivente”, perché il suo tocco è avvelenato».
Heller, Etica generale.

«La sapienza è un delitto contro natura».
Nietzsche, La nascita della tragedia.

«L’uomo che medita è un animale depravato».
Rousseau, Discorsi sull’origine della disuguaglianza.

«È più salutare per il pensiero aggirarsi nel sorprendente che installarsi in ciò che è perspicuo».
Heidegger, Logos.

«[Le idee] sono come dee, le quali si degnano talvolta di rendersi visibili ad un mortale solitario, alla svolta d’una strada, magari nella sua camera mentre egli dorme, allorquando, ritte nel quadro della porta, gli recano la loro annunciazione. Ma appena si è in due, esse scompaiono: gli uomini in società non le scorgono mai».
Proust, I Guermantes.

«Metafisica: antica madre del caos e della notte in tutte le scienze dei costumi, della religione e della legislazione!»
Hamann, Metacritica.