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Un mondo perduto e ritrovato

Quando Antonio Damasio descriveva lo strano caso di Phineas Gage1 probabile avesse in mente un libro che compare poche volte nelle bibliografie scientifiche benché il suo autore, Aleksandr R. Lurija (1902-1977), sia stato un medico russo allievo di Vygotskij e importante neuropsicologo. Ne Un mondo perduto e ritrovato2 egli ricostruisce la vita di un ingegnere meccanico che, ferito alla testa da un proiettile durante la Seconda Guerra Mondiale, accusa i sintomi di quella patologia poi denominata amnesia anterograda: egli infatti dopo il ferimento non era più in grado di fissare nuovi ricordi. La forma però che il disturbo aveva assunto si rivela presto ben più grave, dacché Zasetskij (questo il cognome dello sfortunato militare russo) aveva perso moltissima parte dei ricordi del suo passato, delle sue conoscenze e delle sue abilità: in buona sostanza da competente laureato era pure divenuto un ignorante analfabeta.
Questi ebbe a soffrire di un “caos visivo” a causa del quale gli oggetti di fronte a lui erano instabili e intermittenti e gli era preclusa la vista del lato destro del proprio corpo; non riuscì a immaginare le parti del proprio corpo in un insieme ordinato ma le diverse parti egli le sentiva nei posti sbagliati o enormemente grandi o piccoli: non aveva memoria di sé in ogni senso possibile. Le facoltà linguistiche furono compromesse seriamente e la memoria non gli consentiva più di progettare la sua giornata, i suoi gesti, di ricordare volti o riconoscere persone.
Oliver Sacks cura un’ottima prefazione al volume presentando il lavoro del neuropsicologo e rilevando le intenzioni che lo animarono nello scrivere le sue opere. In particolare egli inquadra questa e un’altra opera – il borgesiano Una memoria prodigiosa3 – all’interno di un progetto di «scienza romantica», descritto dallo stesso Lurija in questo modo:

Gli scienziati classici guardano gli eventi nei termini delle loro parti, isolando passo per passo unità ed elementi importanti, andando dai più semplici ai complessi, dai fatti concreti verso le formulazioni astratte di leggi generali. In consegenza di ciò, la realtà vivente con tutta la sua ricchezza di fatti si riduceva a schemi aridi e astratti. La totalità vivente va perduta, fatto questo che suggerì a Goethe la sua massima famosa: “Grigia è qualunque teoria, ma sempre verde l’albero della vita”. Il secondo tipo di scienziato (e di scienza) è esattamente l’opposto. Questi studiosi non seguono il riduzionismo, la filosofia privilegiata dai “classici”. I “romantici” della scienza non vogliono né suddividere la realtà vivente nelle sue componenti elementari, né comprimere la ricchezza degli eventi della vita concreta entro modelli astratti, svuotati delle qualità dei fenomeni reali. Pensano che sia della massima importanza preservare integra la ricchezza della realtà vivente e aspirano a una scienza che non perda questa ricchezza4.

Il libro – efficacemente descritto da Sacks come «romanzo neurologico»5 – risulta davvero toccante perché le emozioni tanto di Zasetskij quanto del suo medico Lurija emergono nel loro intrecciarsi spiccando nettamente sulle note tecniche, storiche, mediche, analitiche. La stessa struttura del libro riflette questo intreccio: la sensibilità di Lurija fa sì che a narrare gli eventi non sia solo il medico ma anche il paziente. Infatti, dopo la prefazione di Oliver Sacks, compare una breve introduzione dell’autore nella quale viene illustrata la ragione di tale compresenza:

Colui che scrive queste righe non è il vero autore di questo libro. L’autore è il suo protagonista. Davanti a me c’è un grosso fascio di quaderni ingialliti: quaderni fatti a mano, del tempo di guerra, e quaderni spessi con la copertina incerata dei successivi anni di vita pacifica. Essi sono composti di circa tremila pagine.

All’introduzione segue infatti una pagina firmata da Zasetskij, probabilmente una delle ultime da lui scritte, nella quale il senso dell’intera vita di un uomo è realmente racchiusa, e nella carta e nel ricordo. Se ogni uomo scrive ogni giorno una pagina del libro della propria vita solo in maniera metaforica, per Zasetskij la metafora è realtà: in quella particolare pagina la fatica e la dignità dell’uomo acquistano forma grafica, ché scrivendola Zasetskij si riappropria del mondo perduto. Egli recupera, col mondo, il tempo perduto: quella narrata in questo libro – in quelle tremila pagine – è la più reale e straziante ricerca del tempo perduto, il correlato neuropsicologico della Recherche proustiana. Il racconto del paziente viene infatti di tanto in tanto interrotto dal medico per descrivere da un punto di vista scientifico e tecnico ciò che accade alla sua mente. Impossibile, quindi, dinnanzi a questa pagina non andare col pensiero a quella notte in cui Marcel appose la parole ‘fine’ alla sua personale ricerca, letteraria e umana, per compiere la quale anche lui sacrificò la salute. Da un lato l’incidente, dall’altro il genio: in ogni caso una conferma che la «vita di lettere» è un’espressione tutt’altro che metaforica. Ossia il senso della vita – nel caso umano – si decide graficamente, nella forma dell’espressione, dacché l’unico senso di una vita è quello che puoi vedere, comunicare, far permanere nel ricordo: quello che puoi scrivere.
Pur restando vero che Zasetskij scrive – perché, come scrive Sacks, «una vita umana, non è una vita fino a quando non è esaminata; (…) fino a quando non è veramente ricordata e assimilata; e (…) questo ricordo non è qualcosa di passivo, ma attivo, la costruzione attiva e creativa della vita di un individuo, la scoperta e la narrazione della vera vita di un individuo»6 – per utilità, funzionalità (per ricordare cosa fatto il giorno prima o per fare a gara con le proprie menomazioni), egli lo fa soprattutto per conferire un senso, il senso, alla quotidiana esistenza che, per lui, era l’unica: una questione – essenzialmente – di forma.
Riporto di seguito, infine, la pagina che apre e, in qualche modo, chiude il volume.

Forse qualcuno dei conoscitori dei grandi e seri pensieri comprenderà la mia ferita e la mia malattia, riuscirà a raccapezzarsi in ciò che accade nella testa, nel ricordo, nell’organismo, apprezzerà il valore del mio lavoro e forse mi aiuterà a superare in parte le difficoltà della vita.
So che ora molti parlano del cosmo e degli spazi cosmici. E la nostra terra è una piccolissima particella di questo cosmo infinito. Ma la gente non pensa alla terra, pensa e sogna voli sui pianeti, almeno quelli più vicini che girano intorno al sole. La gente considera di ordinaria amministrazione il volo delle pallottole, dei proiettili, delle bombe che si frantumano e vengono scagliate nella testa di un uomo, avvelenando e bruciando il suo cervello, mutilando la sua memoria, la vista, l’udito, la coscienza. Non è così? Perché allora io soffro, perché non lavora la mia memoria, perché non mi ritorna la vista, perché c’è sempre questo eterno rumorio, perché la testa mi duole, perché non riesco a sentire e comprendere immediatamente i discorsi della gente? È una cosa difficile comprendere di nuovo il mondo perduto a causa del ferimento e della malattia, riunirne le piccole parti separate in un unico intero…
Ho deciso di intitolare il mio scritto con queste parole: «Io combatto ancora». Avrei voluto scrivere il racconto di come mi accadde questa disgrazia che non mi abbandona dal momento in cui sono stato ferito. Tuttavia non mi perdo d’animo. Tento di migliorare la mia situazione sviluppando la favella, la memoria, il meccanismo del pensiero e dell’apprendimento. Sì, io combatto per ristabilire quella situazione che ho perduta al tempo del ferimento e della malattia.

Note
1. Cfr. Antonio Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, trad. it. di F. Macaluso, Adelphi 2004. Si tratta di un venticinquenne che nel 1848 fu vittima di un grave incidente sul lavoro che non lo uccise per uno strano dettame della sorte ma che – avendo perduto alcune parti del cervello, quelle deputate al controllo delle emozioni – cambiò il suo carattere fino ad una morte per alcool e debiti, oltre che dovuta alle lesioni subìte.
2. Aleksandr R. Lurija, Un mondo perduto e ritrovato, trad. it. di S. Arcella, Editori Riuniti 1973 (una seconda edizione ampliata, da cui cito, fu edita nel 1991; le citazioni sono tratte dalle pagg. 3, 7-8).
3. Id., Una memoria prodigiosa, trad. it. di A. Villa, Editori Riuniti 1972.
4. A. R. Lurija, Un mondo perduto e ritrovato, cit., pag. XI (Sacks cita da A. Lurija, Uno sguardo sul passato. Considerazioni retrospettive sulla vita di uno psicologo sovietico, Giunti Barbèra 1983, pag. 191).
5. Sacks precisamente scrive che «nessuno aveva pensato a un “romanzo” neurologico prima di Lurija» (A. Lurija, Un mondo perduto e ritrovato, cit., pag. XIII).
6. Ivi, pag. XVII. Sacks, riferendosi al già citato Una memoria prodigiosa, continua: «È profondamente ironico, in questi due libri meravigliosi e complementari, che sia l’uomo della memoria, il Mnemonista, ad avere in questo senso perduto la sua vita e che sia l’uomo amnesico, distrutto, ad averla conquistata e riconquistata» (Ibidem).