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Le solite cose

«Scienza e tecnica costituiscono quindi una potenza dell’espansione del capitale indipendente dalla grandezza data del capitale in funzione, allo stesso modo dell’aumento dello sfruttamento della ricchezza naturale mediante il semplice elevamento della tensione della forza-lavoro. Questa potenza si ripercuote contemporaneamente su quella parte del capitale originario che è entrata nel suo stadio di rinnovamento. Nella sua nuova forma il capitale s’incorpora gratis il processo sociale compiuto mentre agiva la sua vecchia forma. Certo, questo sviluppo della forza produttiva è anche accompagnato da un deprezzamento parziale dei capitali in funzione. Quando questo deprezzamento si fa sentire acutamente per via della concorrenza, il peso principale ne cade sull’operaio, poichè il capitalista cerca un indennizzo aumentando lo sfruttamento di quest’ultimo».

Così Marx ne Il capitale. Critica dell’economia politica (libro I, tomo terzo, trad. it. di Delio Cantimori, Edizioni Rinascita, Roma 1953, pag. 52). A dispetto di quanto recentemente affermato da Massimo Cacciari, secondo cui il progresso politico avrebbe oggi portato anche in Italia un superamento degli ideali di sinistra al punto da ritenere necessario guardare al di là di schieramenti partitici divenuti ormai obsoleti, in realtà le cose non sono cambiate – in buona sostanza, al di là del fenomeno delle rivolte operaie, quella dell’operaio è ancora una condizione di mera schiavitù.

Segno di questa schiavitù nei confronti del sistema capitalistico è la funzione, medievale, di ancilla assegnata alla – e assunta dalla – filosofia oggi. Il segno si coglie semplicemente nel nome – scienza, tecnica. «Scienze filosofiche», «tecniche filosofiche» sono termini invalsi oggi per indicare la compagine di studi che circonda la filosofia. In realtà, da cui la filosofia è circondata, assediata. Hegel ha compiuto un passo inverso parlando di tecnica, parlando di scienza, rispetto a quello compiuto da Marx. Si ricordi questo suo passo: «La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico» (Il capitale cit., libro I, tomo primo, pag. 28). Se per Hegel la ‘scienza’ e la ‘tecnica’ sono termini che debbono essere spogliati del loro senso comune e quindi ricondotti nell’alveo della filosofia, che solo così può dirsi Scienza; al contrario per Marx quei termini sono appannaggio esclusivo del capitale – la scienza e la tecnica sono concetti economici, non filosofici. «Nel campo dell’economia politica la libera ricerca scientifica non incontra soltanto gli stessi nemici che incontra in tutti gli altri campi. La natura peculiare del materiale che tratta chiama a battaglia contro di essa le passioni più ardenti, più meschine e più odiose del cuore umano, le Furie dell’interesse privato» (Il capitale cit., libro I, tomo primo, pag. 18). Oggi la linea logica marxista viene persino smarrita, fraintesa: gli studi filosofici debbono essere scientifici, appannaggio della tecnica – laddove i termini ‘scienza’, ‘filosofia’ e ‘tecnica’ vengono, al contrario dell’intento di Hegel, declinati in maniera comune. Nei due sensi dell’espressione: sono tanto intesi in maniera «volgare», cioè così come intesi dal senso comune, quanto anche sono messi tutti insieme, vengono fusi in un brodo concettuale che esprime a ragione la nostra condizione sociale occidentale: la scienza è la tecnica e la filosofia è l’una e l’altra, senza distinzioni. Non solo. Rimane un’ultima imprecisione da correggere: la confusione tra tecnica e tecnologia. Perché la tecnica nulla ha che fare con la scienza né con l’economia, mentre ha che fare – e molto – con la filosofia. Ma in realtà oggi si intende sempre ‘tecnica’ per indicare ‘tecnologia’, rendendo limpido l’assioma scienza-economia-tecnologia, tre modi di dire la stessa cosa, cosa che nulla ha che fare, ancora una volta, con la filosofia. Questo accostamento impudente, impertinente di filosofia e tecnologia (come mostra, ad esempio, la filosofia della mente, da qualsiasi lato la si prenda; distorsione, forse addirittura inversione, della filosofia della tecnica cui guardava Heidegger, cui guardava Jünger), di filosofia e scienza (la filosofia della scienza è la versione britannica, come dire pragmatica, come dire consumistica, della filosofia naturale d’un tempo), di filosofia ed economia (la filosofia dell’economia è la netta inversione della filosofia hegeliana agli occhi di quel Karl Marx che tanto piacque agli inglesi) è tutt’altro che casuale. Insomma, il vecchio continente europeo non ne può più di filosofie tecnologiche, almeno quanto il mondo intero non ne può più di capitale. Finché si continuerà a pensare i capitoli dei libri come capitoli di spesa, la filosofia resterà nascosta tra le pieghe del progresso. «E – come già nel tardo Settecento ammoniva Ferguson, citato da Marx (Il capitale cit., libro I, tomo secondo, pag. 63, nota 71) – il pensare stesso, in questa età di divisioni del lavoro, può diventare un mestiere particolare».