Premessa alla traduzione
In Form and function. A Contribution to the History of Animal Morphology (edito da John Murray, London 1916), E. S. Russell tratteggia con acume e perizia un’agile storia della morfologia da Aristotele fino ai suoi giorni, l’inizio del secolo scorso. Si rivela un’opera importante anche per capire i movimenti di una disciplina scientifica da un punto di vista filosofico: la morfologia è una disciplina che può interessare tanto il biologo quanto il filosofo. Le questioni della forma e della funzione sono infatti al centro del volume, non a caso termini largamente discussi in filosofia. E il legame – in veste storica – che allinea filosofia e biologia si trova espresso proprio in queste pagine e secondo tale ottica Russell narra l’evoluzione di tali concetti nelle dispute sul mondo animale.
Rispetto al testo originale non vengono riportati né le note (le poche qui presenti sono mie) né i numerosi rimandi (le pagine, poi, rimandano alle corrispondenti del testo inglese per semplificare il confronto). La presente traduzione è infatti parziale e vuole fungere da stimolo alla lettura del testo originale, reperibile nella sua interezza presso il sito del Project Gutenberg, del quale testo qui si riporta per intero la sola Prefazione e degli estratti di alcuni capitoli.
Edward Stuart Russell
Prefazione
Questo libro non intende essere una completa o dettagliata storia della morfologia animale: né le scoperte in morfologia né le teorie morfologiche potrebbero farne un quadro completo. Il mio scopo è stato piuttosto quello di richiamare l’attenzione su approcci di diverso tipo al problema della forma, e di seguire le reciproche influenze delle teorie che sono sorte da essi.
Le correnti principali del pensiero morfologico sono secondo me tre – la funzionale o sintetica, la formale o trascendentale, e la materialistica o disintegrativa.
La prima è associata ai grandi nomi di Aristotele, Cuvier, e von Baer, e tende facilmente al più aperto vitalismo di Lamarck e Samuel Butler. Il rappresentante tipico del secondo atteggiamento è E. Geoffroy St. Hilaire, e il suo modo di pensare che ha largamente influenzato lo sviluppo della morfologia evoluzionistica.
Il principale campo di battaglia di queste due tendenze opposte è il problema della relazione tra la funzione e la forma. La funzione è il risultato meccanico della forma, oppure è la forma ad essere la mera manifestazione della funzione o attività? Qual è l’essenza della vita – l’organizzazione o l’attività?
L’approccio materialistico non è prettamente biologico, ma è in pratica comune a tutti i campi della conoscenza. Risale agli atomisti greci, e il trionfo della scienza meccanicista nel XIX secolo ha convinto molti ad accettare il materialismo come l’unico possibile metodo scientifico. In biologia è più affine all’approccio formale che non a quello funzionale.
Nel corso di questo libro non ho nascosto la mia preferenza per l’approccio funzionale. Ritengo probabile che si guadagnerà più consapevolezza della reale natura della vita e dell’organizzazione concentrandosi sull’attiva risposta degli animali, come manifestato tanto dal comportamento quanto dalla morfogenesi, in particolare negli stadi post-embrionali, che non dando attenzione esclusivamente all’aspetto storico della struttura, come è uso della “morfologia pura”. Credo faremo progressi in questo senso solo se davvero adotteremo una concezione semplice e quotidiana delle cose viventi – che in molti abbiamo esercitato fuori di noi – che esse sono attive, agenti dotati di scopo [purposeful], non meramente aggregazioni complesse di proteine e altre sostanze. Sebbene un approccio possa, da un punto di vista filosofico, suonare esattamente come quello ad esso opposto, non ho qui tentato alcuna sua giustificazione. Ho toccato alquanto di sfuggita la controversia tra vitalismo e materialismo che è risorta nei primi anni di questo secolo. Essa ancora difficilmente si presta a un’analisi storica, e difficilmente posso sperare di mantenere a suo riguardo un atteggiamento oggettivo che dovrebbe caratterizzare lo storico.
L’obiettivo principale che spero di aver raggiunto con questo libro è la dimostrazione, tentata e incompleta qual è, della essenziale continuità della morfologia animale dai tempi di Aristotele fino ai nostri. Purtroppo è vero che la biologia moderna, forse in conseguenza dei grandi progressi fatti in certe direzioni, ha nella gran parte dei casi perso la propria coscienza storica, e se questo libro aiuta a contrastare in un qualche modo tale tendenza che finora ha interessato la morfologia animale, avrà raggiunto il suo scopo.
Devo dei ringraziamenti ai miei amici Dott. James F. Gemmill e Prof. J. Arthur Thomson per il benevolo incoraggiamento e la costruttiva critica. Il merito delle illustrazioni va a mia moglie, Jehanne A. Russell. Una è dalla Natura; le altre sono ricalcate dalle figure originali.
Chelsea, 1916.
Capitolo I. Gli esordi dell’anatomia comparata
[1] Il primo nome che la storia dell’anatomia registra è quello di Alcmeone, un contemporaneo di Pitagora (VI secolo a. C.). I suoi interessi pare fossero più psicologici che anatomici. Egli seguì i principali collegamenti nervosi dai sensi fino al cervello, che considerò il luogo dell’anima, e fece alcune valide ipotesi sul funzionamento degli organi dei sensi superiori. Mostrò che, contrariamente all’opinione diffusa, il fluido seminale non si origina nella spina dorsale. [...].
Un secolo dopo Diogene di Apollonia diede una descrizione del sistema circolatorio. Collocò anche il centro della sensazione nel cervello. Conferì un’aria vitale a tutte le cose viventi, influenzato in ciò da Anassimene per cui la materia primitiva era l’aria infinita. Seguendo questa idea tentò di provare che sia i pesci che le ostriche avessero la capacità di respirare.
Un’ipotesi più strettamente morfologica è suggerita da un curioso detto di Empedocle (IV secolo a. C.), per cui «chioma e fogliame e il denso piumaggio dei volatili sono uno».
[2] Nella raccolta di scritti di Ippocrate e della sua scuola, il Corpus Hippocraticum, del quale nessuna parte è posteriore alla fine del V secolo, vi sono registrate molte nozioni di anatomia. L’autore del trattato “Sui muscoli” sapeva, per esempio, che il midollo spinale è distinto dal midollo ordinario e possiede membrane continue connesse a quelle del cervello. L’embrione di sette giorni (!) ha tutte le parti del corpo pienamente visibili. Un lavoro sull’embriologia comparata è contenuto nel trattato “Sullo sviluppo dell’infante”. [...].
Aristotele (384-322 a. C.) può certamente essere dichiarato il fondatore dell’anatomia comparata, non perché fu particolarmente interessato ai problemi della «morfologia pura», quanto perché descrisse la struttura di molti animali e li classificò in un modo scientifico. Discuteremo qui le idee morfologiche che compaiono nei suoi scritti sugli animali – nella Historia Animalium, nel De Partibus Animalium, e nel De Generatione Animalium. [...].
[14] Incontriamo in Aristotele un’idea che più tardi acquistò ampia notorietà, quella di Échelle des êtres (o «scala degli esseri»), per cui gli organismi, o comunque tutte le entità organiche o inorganiche, possono essere sistemate in un’unica serie ascendente. L’idea è una delle più comuni; la sua prima espressione letteraria si trova forse nei primitivi miti della creazione, nei quali le cose inorganiche sono create prima delle organiche, e le piante prima degli animali. Si può riscontrare nella teoria di Anassimandro per la quale gli animali terrestri traggono origine dagli animali acquatici, più chiaramente ancora nella teoria di Anassagora per cui la vita trae la propria origine sul globo dai germi vegetali precipitati sulla terra con la pioggia. Anassagora [15] considerò gli animali superiori nella scala rispetto alle piante, nella misura in cui partecipano del piacere (quando crescono) e del dolore (quando perdono le foglie), gli animali hanno in più il «Nous». Nella teoria dell’evoluzione di Empedocle, il mondo vegetale precede l’animale. Platone, nel Timeo, descrive l’intero mondo organico come un essere formato a partire dal degrado dell’uomo, che fu creato per primo. L’uomo decade prima nella donna, poi in una forma bruta, attraversando tutti gli stadi dall’animale superiore all’inferiore, e divenendo infine una pianta. Questo è l’opposto della nozione più usuale, ma l’idea della gradazione è comunque presente.
Aristotele non pare abbia creduto in una qualche trasformazione delle specie, ma vide che la Natura passa gradualmente dalle cose inanimate alle animate senza una chiara linea di separazione. [...].
Nella concezione di Aristotele la gradazione delle forme organiche è la conseguenza, non la causa, della gradazione osservabile nelle loro attività. [16] Le piante non hanno da faticare per nutrirsi, crescere e riprodursi; possiedono solo l’anima vegetativa [nutritive]. Gli animali possiedono in più la sensibilità [sensation] e l’anima sensitiva o percettiva [...]. L’uomo soltanto ha l’anima intellettiva [rational] oltre i due tipi inferiori. [...].
Con la importante eccezione di Aristotele, i filosofi della Grecia e di Roma diedero uno modesto contributo alla teoria morfologica. Un veloce cenno si potrebbe fare agli atomisti – Leucippo, Democrito, e il loro allievo Lucrezio, che nel suo magnifico poema “De Natura Rerum” diede un’appassionato espressione della concezione materialistica dell’universo. L’effetto complessivo del materialismo sulla morfologia, tuttavia, non diviene apprezzabile fino all’ascesa della fisiologia nei secoli XVII e XVIII, e raggiunge il suo culmine nel XIX secolo. Le idee di Lucrezio sull’evoluzione non esercitarono un’immediata influenza sullo sviluppo della morfologia.
[...].
Capitolo IV. Goethe
[45] La scienza, nella misura in cui va oltre il mero accumulo di dati, è un prodotto dell’attività creativa della mente. Le teorie scientifiche sono non tanto formule desunte dall’esperienza quanto intuizioni imposte all’esperienza. Così fu che Goethe, che fu poco più d’un dilettante1, fornì i principi essenziali di una morfologia alcuni anni prima che la morfologia fosse accolta dagli studiosi.
Goethe è importante nella storia del metodo morfologico perché fu il primo a portare alla chiara coscienza e ad esprimere in termini precisi l’idea sulla quale l’anatomia comparata era precedentemente basata, l’idea dell’unità del disegno [unity of plan]. Abbiamo visto che questa idea era familiare ad Aristotele e che fu riconosciuta implicitamente da tutti quelli che dopo di lui studiarono la struttura in modo comparativo. All’epoca di Goethe l’idea divenne matura per essere espressa. Fu usata come principio guida nella giovinezza di Goethe in particolare da Vicq d’Azyr e da Camper. [...].
[46] [...] L’idea dell’unità del disegno non era ancora delineata e definita strettamente come una teoria scientifica; fu un’idea condivisa dalla filosofia, dal senso comune, e dalla scienza anatomica. La troviamo espressa da Herder (che forse la prese da Kant) nel suo Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit (1784), ed è possibile che Goethe rimase impressionato dall’importanza dell’idea nelle conversioni con Herder. [...].
[50] [...] La forma è interessante non in sé ma solo come manifestazione dell’attività interiore dell’essere vivente. Oltre lo sviluppo, egli dice da qualche altra parte, vi presiede una forza formatrice, un bildende Kraft o Bildungstrieb, che lavora all’idea dell’organismo. Le cose viventi, in tale concezione di esse, si battono per manifestare un’idea. Esse sono opere d’arte della Natura – e così, incidentalmente, richiedono un’artista che le interpreti.
Tale profonda concezioni della natura della vita viene applicata non solo alla crescita che cambia l’individuo ma anche all’intero mondo cangiante degli organismi. Essi sono tutti manifestazioni di una potenza vivente modellante [living shaping power] che li forma. Tale potenza modellante, immanente nella [51] vita tutta, è concepita per operare in accordo al disegno generale, e così otteniamo una spiegazione del fatto che le cose viventi sembrano semplicemente varietà di un unico tipo comune.
«Una volta che riconosciamo», dice Goethe, «che lo spirito creativo porta nell’essere e delinea l’evoluzione delle più perfette creature organiche in accordo con uno schema generale, diviene allora impossibile rappresentare questo disegno originale se non ai sensi quantomeno alla mente?»
Un’interpretazione dell’unità del disegno che va forse oltre i confini della scienza.
[...].
Capitolo VII. I trascendentalisti tedeschi
[89] Per completare la nostra rassegna storica della morfologia del primo Ottocento dobbiamo ora tornare in qualche modo indietro e considerare lo sviluppo del pensiero morfologico in Germania sotto l’influenza della Filosofia della Natura. Abbiamo già visto molte delle nozioni prefigurate da Goethe, che ha considerevole affinità coi trascendentalisti2, ma lo sviluppo completo delle concezioni [habits of thought] trascendentali sopraggiunge un po’ dopo la mole del lavoro scientifico di Goethe, e deve più a Kielmeyer e Oken che non allo stesso Goethe.
Una grande ondata di trascendentalismo pare sia passata sopra il pensiero biologico agli inizi del XIX secolo, fiorendo soprattutto in Germania, ma influendo potentemente, come abbiamo visto, sul pensiero di Geoffroy e dei suoi seguaci. Molte idee erano comuni alle scuole francesi e tedesche di anatomia trascendentale, la concezione fondamentale secondo la quale esiste un unico disegno della struttura, l’idea della scale degli esseri, la nozione del parallelismo tra lo sviluppo dell’individuo e l’evoluzione della razza. Risulta difficile districare la parte svolta da ogni scuola e determinare quale abbia il merito di particolari teorie e scoperte. La filosofia sembra essere giunta per lo più dalla Germania, la scienza dalla Francia. Deve essere venuto in mente che l’anatomia comparata tedesca era largamente derivata dalla francese, che il Museo di Parigi era il centro riconosciuto dell’anatomia, e che Cuvier ne era il riconosciuto promotore.
[90] Probabilmente è corretto dire che il merito soprattutto appartiene alla scuola trascendentale tedesca per la legge del parallelismo tra gli stadi dello sviluppo individuale e gli stadi della scala degli esseri, e la teoria della ripetizione della moltiplicazione delle parti all’interno dell’individuo. La teoria vertebrale del cranio è una particolare applicazione della seconda di tali idee.
La legge del parallelismo sembra sia stata espressa per la prima volta da Kielmeyer (1793), che gli conferì una forma fisiologica, dicendo che l’embrione umano mostra in prima istanza una vita puramente vegetativa, quindi diventa come gli animali inferiori, che si muovono ma non provano sensazioni, e infine raggiunge il livello degli animali che sentono e si muovono.
L’idea fu poi pensata da Autenrieth nel 1979.
Oken (1779-1851) nel suo primo opuscolo Die Zeugung (1805), e nel suo Lehrbuch der Naturphilosophie (1809-1811) precisò il pensiero, avendo insegnato che ogni animale nel suo sviluppo passa attraverso le classi immediatamente sotto di sé. «Durante il suo sviluppo l’animale passa attraverso tutte le fasi del regno animale. Il feto è una rappresentazione di tutte le classi animali nel tempo». L’Insetto, per esempio, è prima Verme, poi Granchio, quindi un perfetto animale volante con arti, una Mosca.
Come la Natura è «la rappresentazione delle attività individuali dello spirito», così il regno animale è la rappresentazione delle attività o organi dell’uomo. Il regno animale è di conseguenza «una smembramento degli animali superiori, ad esempio, dell’Uomo». Adesso «gli animali sono gradualmente perfetti, interamente come un singolo corpo animale, per aggiunta di organo su organo» – la via dell’evoluzione è la via dello sviluppo. Da ciò «gli animali sono soltanto gli stadi fetali persistenti o le condizioni dell’Uomo», che è il microcosmo, e contiene in se stesso l’interno regno animale.
Oken fu egli stesso un attento studioso di embriologia; von Baer parla del suo lavoro (pubblicato in Oken – Kieser, Beiträge zur [91] vergleichenden Zoologie, Anatomie und Physiologie, 2 voll., 1806-7) come a formare il punto di svolta nella nostra comprensione dell’ovulo dei mammiferi. Egli perciò scorse di fatto una somiglianza in certi dettagli della struttura tra il feto umano e gli animali inferiori; ma la forma peculiare che la legge prese nelle sue mani fu una conseguenza della sua vaga filosofia. Egli vide la relazione della teratologica sulla struttura fetale, per cui affermò che «le malformazioni sono soltanto persistenti condizioni fetali».
L’idea di comparare l’embrione degli animali superiori con l’adulto degli inferiori si diffuse ampiamente in questo periodo tra gli zoologisti tedeschi. Troviamo, per esempio, nel brillante libretto di Tiedemann enunciato che «Ogni animale, prima di raggiungere il suo sviluppo completo, passa attraverso lo stadio di organizzazione di una o più classi inferiori nella scala, oppure, ogni animale inizia la sua metamorfosi con la più semplice organizzazione».
Automaticamente gli animali superiori cominciano la vita come una specie di gelatina fluida animale che assomiglia alla sostanza del polipo; il giovane mammifero, come i Vertebrati inferiori, possiede solo un sistema circolatorio [circulation] elementare, e, come loro, vive nell’acqua (il fluido amniotico); la rana somiglia prima a un verme, quindi sviluppa le branchie e diviene simile a un pesce. [...].
[92] [...] Nel suo lungo testo di qualche tempo dopo [il 1811], System der vergleichenden Anatomie (1821), [J. F. Meckel] lavora all’idea ancora e le conferisce una ben più ampia portata teoretica, accennando che lo sviluppo dell’individuo è una ripetizione della storia evolutiva della razza. Meckel fu un timido sostenitore dell’evoluzione. Egli pensò del tutto possibile che molta della varietà della forma animale era dovuta al [93] processo di evoluzione causato da forze insite [inherent] nell’organismo. «Le trasformazioni», egli scrive, «che hanno determinato i più importanti cambiamenti nel numero e nello sviluppo degli strumenti dell’organizzazione sono incontestabilmente molto più la conseguenza della tendenza, insita nella materia organica, che la guida insensibilmente all’ascesa a stati d’organizzazione superiori, passando attraverso una serie di stadi intermedi».
Il suo enunciato finale della legge del parallelismo nello stesso volume mostra che egli considera lo sviluppo dell’individuo dovuto alle stesse forze che governano l’evoluzione. «Lo sviluppo dell’organismo individuale obbedisce alle stesse leggi dello sviluppo dell’intera serie animale; cioè a dire, l’animale superiore, nella sua graduale evoluzione, essenzialmente passa attraverso gli stadi permanenti organici che gli stanno sotto; una circostanza che ci permette di assumere una più stretta analogia tra le differenze che esistono fra diversi stadi di sviluppo, e ciascuna delle classi animali».
[...] Egli ammette, poi, che l’animale più evoluto di tutti non passa nel suo sviluppo attraverso l’intera serie animale. Ma l’embrione dell’uomo passa sempre e necessariamente attraverso molti stadi animali, perlomeno per quanto riguarda i singoli organi e i sistemi [organ-systems], e questo basta agli occhi di Meckel a giustificare la legge del parallelismo.
[94] Nella sua eccellente discussione della teratologia Meckel punta l’attenzione a come l’idea del parallelismo getti luce su certe deformità che vengono considerate normali in altre (inferiori) forme. [...].
[98] [...] Uno sviluppo molto particolare è stato dato alla teoria vertebrale da K. G. Carus, che sembra abbia preso come suo testo una massima da quello da uno di Oken, che l’intero scheletro è solo una vertebra ripetuta. Il suo sistema è degno di una certa considerazione, nel quale egli ha tentato di formulare una geometria dello scheletro.
Il suo metodo di deduzione è un valido esempio di pura Naturphilosophie. La vita, egli dice, è lo sviluppo di qualcosa di determinato da qualcosa d’indeterminato. Una cosa finita indeterminata, cioè, un liquido, dee assumere una forma sferica se si dà in quanto individuale. Quindi la sfera è il prototipo di ogni corpo organico. Lo sviluppo avviene per antagonismo, polarità, tipicamente per divisione e moltiplicazione delle sfere. Nel corso dello sviluppo la sfera può cambiare, espandendosi in un corpo a forma d’uovo, oppure contraendosi in una forma cristallina, i cambiamenti dovuti all’espansione essendo tipici delle cose viventi, quelli dovuti alla contrazione essendo tipici delle morte. Nella superficie della sfera vivente primitiva si è sviluppato il protettivo dermatoskeleton, che naturalmente assume la forma di una sfera cava; intorno alla cavità digestiva che si è formata nella sfera vivente si è sviluppato il splanchnoskeleton; intorno al sistema nervoso (che è, in un certo senso, l’animale dentro l’animale) si è sviluppato il neuroskeleton. Tutte le formazioni scheletriche appartengono ad una o altre di questi sistemi.
Carus definisce essere il suo scopo scoprire l’intima legge che presiede alla formazione dello scheletro in tutto il regno animale; egli desidera sapere «in quale modo una formazione si realizzi in virtù delle eterne leggi della ragione». Qui tocchiamo il cuore della Naturphilosophie – la ricerca di leggi razionali attive in Natura; l’insoddisfazione delle mere leggi empiriche.
[99] La tesi che Carus sostiene è che tutte le forme dello scheletro, se del dermatoskeleton, splanchnoskeleton, oppure del neuroskeleton, possono essere dedotte dalla sfera cava, che è la primaria forma di qualsiasi altro scheletro. Il che significa, empiricamente, che ogni scheletro può essere rappresentato schematicamente da un numero di sfere cave, convenientemente modificate nella forma, e convenientemente adattate. La principale modifica nella forma esibita dalle ossa è una via di mezzo tra l’organica e la cristallina serie di modifiche della sfera. Le modifiche organiche sono delimitate da linee curve, le cristalline da diritte; le intermedie in parte dalle curve e in parte dalle linee rette. Esse sono il bicono (la forma di un diabolo) e il cilindro. Tali forme devono necessariamente essere importanti per lo scheletro, che è la via intermedia tra l’organico e l’inorganico. «Il bicono incorpora il reale senso dell’osso», scrive Carus. Ogni bicono e cilindro che compone lo scheletro è chiamato da Carus una vertebra.
[...].
Capitolo XIII. La relazione di Lamarck e Darwin con la morfologia
[213] È importante rilevare che la morfologia ha contribuito se non in minima parte alla formazione della teoria evolutiva. Quando viene in mente quali efficaci argomentazioni possono essere costruite intorno a concetti come l’unità del disegno e della composizione [del mondo vivente] e la legge del parallelismo, si resta stupefatti di fronte al fatto che non furono per nulla dei morfologi a scoprire la teoria dell’evoluzione.
È vero che l’evidente rassomiglianza di un animale con l’altro, la possibilità di ordinarli in un sistema, la vaga intuizione di una disegno strutturale onnipervasivo, hanno suggerito a molte menti l’idea che le affinità sistematiche potrebbero essere dovute a relazioni di sangue. Difatti Leibniz aveva pensato che la razza felina potesse essere discesa da un comune antenato, e un altro grande filosofo, Immanuel Kant, aveva percepito l’unità di tipo suggerendogli l’origine dell’intero regno organico da una forma affine, o addirittura in ultimo dalla materia inorganica. Nella sua magistrale trattazione del meccanicismo e teleologismo, scrive, «L’accordo di così tanti generi animali in un medesimo schema comune, che appare fondamentale non solo per struttura ossea, ma anche per la disposizione delle restanti parti – cosicché con un’ammirevole semplicità del disegno originale, una gran varietà di specie è stata prodotta dall’accorciamento di un membro e l’allungamento di un altro, l’involuzione di questa e l’evoluzione di quella parte – consente un bagliore di speranza, per quanto fioco, di penetrare nelle nostre [214] menti, che qualcosa può essere portata a termine con l’ausilio del principio meccanicistico della Natura (senza il quale non potrebbe darsi scienza naturale in generale). Tale analogia delle forme, che con tutte le loro differenze sembrano essere state prodotte in accordo con un tipo comune originale, rafforza il nostro sospetto di una attuale relazione tra esse nel loro scaturire da un genitore comune, attraverso la graduale approssimazione di un genere animale all’altro – quelli dai quali il principio dei fini sembra essere meglio convalidato, ossia, dall’uomo fino al polipo, e ancora da qui fino a muschi e licheni, e infine al più basso stadio della Natura a noi visibile, sarebbe a dire, la cruda materia»3. [...].
In generale, lasciando da parte per il momento la teoria di Lamarck, possiamo dire che le teorie evolutive dei secoli XVIII e XIX sorsero in connessione con la nozione trascendentale di Échelle des êtres, o gradi di perfezione. [...].
[215] [...] Si capisce quanto facilmente la nozione di evoluzione possa venire in menti colme dell’idea di una progressione ideale dell’intero regno organico verso il suo apice e microcosmo, l’uomo. La loro teoria della ricapitolazione le spinge a concepire l’evoluzione come la storia dello sviluppo di un unico grande organismo. Molte di esse oscillarono tra la concezione di evoluzione come processo, simile a un Vorstellungsart, e la concezione di essa come processo storico. Bonnet, Oken e la maggior parte dei trascendentalisti sembra abbia optato per l’antica alternativa; Robinet, Treviranus, Tiedemann, Meckel e alcuni altri ritennero l’evoluzione essere un reale processo. [...].
[216] [...] Non è cosa facile dare conto in breve della filosofia biologica di Lamarck. Egli è uno scrittore oscuro, e spesso contraddittorio.
Nella prima parte della Philosophie zoologique, Lamarck si è largamente occupato del problema se le specie siano realmente distinte, oppure se impercettibilmente variano l’una dall’altra. In quanto sistematico di grande esperienza Lamarck sapeva quanto difficile fosse in pratica distinguere le specie dalle varietà. «Più», scrive, «colleghiamo le produzioni della Natura, più ricca diventano le nostre collezioni, e più ci notiamo pressoché tutti i divarî colmati e le linee di separazione eclissate. Ci troviamo ridotti ad una determinazione arbitraria, che talvolta ci porta a cogliere le sottilissime differenze di varietà, e formare da esse il profilo distintivo di quel che chiamiamo una specie, e altre volte ci porta a considerare come una varietà di una certa specie individui un po’ differenti, che altri ritengono formare una specie a se stante»,
Per Lamarck, come poi per Darwin, il primo problema fu non l’evoluzione e la differenziazione di tipologie di struttura, ma la modalità dell’origine delle specie.
[217] Lamarck si sforza di mostrare quanto arbitrarie siano le nostre determinazioni delle specie, e quanto artificiali i gruppi classificatori che distinguiamo in Natura. In senso stretto, in Natura ci sono solamente individui, «… questo è certo, che tra i suoi prodotti la Natura non ha formato in realtà né classi, né ordini, né famiglie, né generi, né specie costanti, ma soltanto individui che succedono l’uno all’altro e si assomigliano quelli che producono gli altri. Ora, questi individui appartengono alle razze infinitamente diversificate, che sfumano l’una nell’altra sotto tutte le forme e in tutti i gradi dell’organizzazione, e ognuna si mantiene senza cambiare, finché una causa del cambiamento non agisca su di essa».
Eppure c’è un ordine naturale nel regno animale, una progressione dalle organizzazioni più semplici alle più complesse, una naturale Échelle des êtres.
[...] L’Échelle di Lamarck non è in alcun modo morfologica, e non fu pensata essere tale. È una scala di differenziazione fisiologica crescente, i cui stadi sono segnati dall’acquisizione di questo o quel nuovo organo [...].
[218] [...] Per Lamarck tale ordine della Natura non era meramente ideale [...]. Egli è un convinto materialista. Ogni fatto e fenomeno è essenzialmente fisico e deve la sua esistenza o produzione interamente a corpi materiali o a relazioni tra loro. [...] La vita, il pensiero e la sensibilità [sensation] non sono proprietà della materia, ma risultano da particolari combinazioni materiali. [...].
[219] [...] La cosa strana è che a dispetto del suo dichiarato materialismo, la concezione della via e dell’evoluzione è in Lamarck profondamente psicologica, e dal conflitto tra il suo materialismo e il suo vitalismo (del quale egli era pienamente cosciente), sorse la gran parte delle oscurità e irriducibile contraddizioni della sua teoria.
Lamarck divise gli animali (psicologicamente!) in tre grandi gruppi – animali apatici o insensibili, animali dotati di sensibilità, e animali intelligenti. [Quelli] del primo gruppo, che comprende tutti gli invertebrati inferiori, si distinguono dagli altri animali per il fatto che le loro azioni sono direttamente e meccanicamente dovuti agli stimoli dell’ambiente; non hanno alcun principio di reazione agli influssi esterni, ma prolungano passivamente in azione l’eccitazione ricevuta dall’esterno. Essi sono meramente irritabili. [Quelli] del secondo gruppo si distinguono dai primi per il loro possesso, in aggiunta all’irritabilità, di una facoltà che Lamarck chiama il [220] sentiment intérieur. Egli ha alcune difficoltà a spiegare esattamente cosa intenda con esso [...].
È la facoltà che chiamiamo istinto negli animali, e non implica né coscienza né volontà. Agisce trasformando in interna l’eccitazione esterna. [...].
Gli animali superiori, o della quarta classe di Vertebrati, formano il gruppo degli «animali intelligenti», In virtù della loro organizzazione maggiormente complessa possiedono in aggiunta al sentiment intérieur le facoltà dell’intelligenza e della volontà.
Ora, in via generale, la teoria dell’evoluzione di Lamarck afferma che nuovi organi si siano formati come diretta reazione ai bisogni (besoins) provati dal sentiment intérieur. Il sentiment intérieur è perciò la causa non solo dell’azione istintiva ma anche di tutti i processi morfogenetici. Volontà e intelligenza (che sono limitati a un numero relativamente piccolo di animali) hanno propriamente poco o niente a che fare con l’evoluzione. [...].
È interessante notare che Lamarck si rifà espressamente a Bonnet, ma si rifiuta di accettare la sua concezione di una Échelle che si estende fino [221] all’inorganico. Come Bonnet, però, e come i trascendentalisti tedeschi, Lamarck fa dell’uomo lo scopo dell’evoluzione. Mette in chiaro che la sua Échelle è funzionale, per cui egli collega i Vertebrati ai molluschi mentre addirittura ammette espressamente che non sono collegati da alcun intermediario strutturale. Non cade nell’errore dei trascendentalisti e assume che i Vertebrati e gli Invertebrati allo stesso modo sono formati su un comune disegno strutturale.
La progressione dell’organizzazione mostrata dal regno animale non è stata del tutto regolare e ininterrotta: – «La progressione in complessità dell’organizzazione mostra qui e lì, nelle serie animali in generale, anomalie indotte dall’influenza dell’ambiente e dall’influenza delle abitudini contratte». [...].
[224] [...] Va notato che il cambiamento nell’ambiente è piuttosto l’occasione che non la causa della modifica; l’ambiente induce l’organismo a cambiare il suo abituale modo di vivere; innesta nuovi bisogni, per soddisfare i quali l’organismo deve modificare la propria struttura. È l’organismo che prende parte attiva in tutto questo, l’azione dell’ambiente è indiretta. [...].
[225] [...] «La funzione crea l’organo», questa pare essere il cuore della dottrina di Lamarck. Ma come concilia tale concezione essenzialmente vitalistica con la sua filosofia strettamente materialistica? [...].
[226] [...] Lamarck non poté mai risolvere questa antinomia, e le sue speculazioni sono state gettate nella confusione da essa. A questa causa va ricondotta la frequenta oscurità dei suoi scritti. [...].
Non si dimentichi la profondità della sua idea fondamentale, ossia che, eccezion fatta per le forme inferiori, l’animale è essenzialmente attivo, che sempre reagisce al mondo esterno, mai subisce passivamente. Non si dimentichi che egli puntualizzò il ruolo essenzialmente psicologico giocato in tutti i processi dell’adattamento dell’individuo. Con vista acuta egli ha compreso che l’intelligenza cosciente conta poco nell’evoluzione, e concentrò l’attenzione sui processi inconsci ma misteriosamente fisici dell’istinto e della morfogenesi.
Non senza ragione le successive scuole del pensiero evoluzionistico, che svilupparono il lato psicologico e vitalistico delle sue dottrine, si sono chiamate Neo-lamarckiane.
Diremo quindi che Lamarck, a dispetto del suo materialismo, fu il fondatore della teoria “psicologica” dell’evoluzione. [...].
[230] [...] Non ci fu poi una teoria dell’evoluzione davvero seria fino al 1859, quando venne pubblicato Origin of Species.
Come Lamarck, Charles Darwin fu, né per inclinazione né per istruzione, un morfologo. Durante la giovinezza fu un collezionista, uno sportivo e un geologo, Il suo viaggio intorno al mondo sul Beagle provocò in lui il vivo interesse per il problema delle specie – la loro varietà, la loro variazione in base al luogo e al tempo, la loro adattatività all’ambiente. [...] Non fu soddisfatto dalle teorie dell’evoluzione proposte dal nonno, da Lamarck, e da E. Geoffroy St Hilaire – invero non le capì granché. Si risolse a lavorare al problema a modo suo, per sua soddisfazione. Ci racconta tutto molto chiaramente nella sua autobiografia. [...].
[231] [...] Tutte le altre diverse opere di Darwin girarono intorno a questi per lui essenziali problemi: – Come cambiano le specie, e come diventano adatte all’ambiente? Mai cessò di essere un puro naturalista, e la sua teoria della selezione naturale sarebbe stata qualcosa si vuoto e astratto se la sua vasta conoscenza e comprensione della “rete della vita” non le avesse dato colore e forma. Mai perse il contatto con ogni cosa vivente nel suo vivere, respirando la realtà – persino le piante trattò come cose viventi, piene di trucchi e congegni per tessere il loro modo di stare al mondo. Nessuno ha mai còlto più vividamente di lui la delicatezza e la complessità degli adattamenti all’ambiente, condizione necessaria del successo nella lotta per l’esistenza. Quasi il più grande servizio reso alla [232] biologia fu che ai biologi fece comprendere come mai avevano fatto prima la grande importanza dell’ambiente. Egli portò la biologia all’aria aperta, lontano dal museo e dall’aula di dissezione.
Naturalmente di tale atteggiamento non mancarono gli inconvenienti. Lo condusse a nutrire un tiepido interesse per i problemi della morfologia. Risulta vero che usò i dati della morfologia con grande effetto come potenti argomentazioni per l’evoluzione, ma non fu da quei dati che egli dedusse la sua teoria per dar conto dell’evoluzione. È da chiedersi invero se la teoria della selezione naturale sia davvero applicabile ai problemi della forma. Fu inventata per dar conto dell’evoluzione di specifiche differenze e di adattamenti ecologici; non fu pensata principalmente come uno spiegazione dei ben più meravigliosi e misteriosi concetti della convenance des parties e dell’interazione di struttura e funzione. Forse Darwin non colse l’intimo aspetto dell’adattamento così vivamente come colse il più superficiale adattamento degli organismi al loro ambiente. Fu, forse, la sua lacuna nell’istruzione morfologica e l’esperienza che lo condussero a disinteressarsi dei problemi della forma, o quantomeno a cogliere in modo davvero insufficiente la loro complessità.
In ogni caso è molto significativo che solo una piccola parte del suo Origin of Species sia dedicata alla discussione delle questione morfologiche – un solo capitolo sui quattordici contenuti nella prima edizione. [...].
[235] [...] «La spiegazione è per la gran parte semplice con la teoria della selezione naturale di successive lievi modificazioni – essendo ogni modificazione in qualche modo utile alla forma modificata, ma che spesso influisce per la correlazione su altre parti dell’organizzazione. In cambiamenti di tal fatta, sarà piccola se non assente la tendenza ad alterare gli schemi originari e alla trasposizione delle parti. (…) Se supponiamo che l’antico progenitore, che potremmo chiamare archetipo, di tutti gli animali, avesse gli arti modellati sullo schema generale attuale, a qualunque fine servisse, possiamo cogliere immediatamente il chiaro senso della costruzione omologica degli arti nell’intera classe».
Possiamo notare tre punti importanti di questo brano – il primo, l’identificazione dell’archetipo con il comune progenitore; il secondo, la concezione dell’evoluzione progressiva come essenzialmente adattativa, e dominata dalla selezione naturale; e il terzo, la petitio principii coinvolta nell’assunzione che la modificazione adattativa comporti inevitabilmente nel suo corso i necessari cambiamenti correlati. [...].
[237] [...] Potremmo riassumere dicendo che Darwin interpretò filogeneticamente la legge di von Baer. [...].
[238] [...] Nella sua morfologia Darwin raramente si tenne aggiornato. Non pare abbia mai conosciuto direttamente lo splendido lavoro dei morfologi tedeschi, come Rathke e Reichert; non pone attenzione alla teoria cellulare, né alla teoria dello strato embrionale [germ-layer theory]. Le sue fonti sono, principalmente, Geoffroy St Hilaire, Owen, von Baer, Agassiz, Milne-Edwards, e Huxley. [...].
[239] [...] È vero che lo stesso Darwin, quanto i suoi successori, credette che la selezione naturale desse integralmente conto dell’evoluzione degli organi più complicati, ma si potrebbe chiedere se egli abbia considerato tutte le condizioni del problema da lui esposte con facilità. [...].
[240] La concezione che Darwin aveva della correlazione era particolarmente incompleta. [...] Diede per buono che le «variazioni correlate» si sarebbero adattate alla variazione originale messa in atto dalla selezione naturale, e non vide difficoltà nell’evoluzione graduale di un organo complicato come l’occhio se solo i passaggi fossero stati abbastanza piccoli. [...].
[241] [...] La concezione di Cuvier della convenance des parties, fondamentale per l’intera biologia, è rimasta completamente fuori dalla mente di Darwin, e di quella dei suoi successori.
Fu infatti uno dei vanti di costoro che avessero finalmente eliminato ogni teleologia dalla Natura. Il grande e immediato successo che il darwinismo ebbe tra la generazione più giovane di biologi e tra gli scienziati in generale si dovette in larga parte al fatto di essersi conformato bene al prevalente materialismo dell’epoca, e aver dato una solida base alla speranza che nel tempo una spiegazione completamente meccanicistica della via fosse in arrivo. “Darwinismo” divenne il grido di guerra degli spiriti militanti del tempo.
Fu segnatamente questo l’elemento del darwinismo che ripugnò la più parte dei suoi oppositori, tra le cui schiere si trovava la maggioranza dei morfologi della vecchia scuola. Trovavano impossibile credere che l’evoluzione potesse procedere per variazioni fortuite e selezione fortuita; obiettavano a Darwin di non aver annunciato alcun reale Entwickelungsgesetz, o alcuna legge che governi l’evoluzione. Non erano contrari a credere che l’evoluzione fosse un reale processo, sebbene alcuni si fossero fermati di fronte alla derivazione dell’uomo [242] dalle scimmie, ma essi sentivano che se l’evoluzione ebbe davvero luogo, deve avvenire sotto la guida di qualche principio di sviluppo, che deve essersi manifestato nell’evoluzione qualche precisa e costante tendenza verso la perfezione.
Nessuno espresse tale obiezione con più forza di von Baer [...]. La sua concezione del processo evolutivo è che esso è essenzialmente zielstrebig o guidato da cause finali, che è una vera evolutio o differenziazione, proprio come lo sviluppo individuale è un progresso regolare dal generale al particolare [the special]. Credeva in un’evoluzione per salti [saltatory], in una discendenza [descent] polifiletica, e in una più maggiore plasticità dell’organismo nei tempi remoti.
[...].
Capitolo XVII. L’organismo in quanto entità storica
[302] [...] La stretta analogia tra la morfologia evoluzionistica e la trascendentale è stata osservata prima e illustrata negli ultimi tre capitoli. Abbiamo visto che l’arrivo dell’evoluzione ha inciso relativamente poco sulla morfologia pura, che alcun nuovo criterio d’omologia è stato introdotto, e che per quanto è riguardato la morfologia pura l’evoluzione potrebbe essere stata considerata come un processo ideale precisamente come fatto dai trascendentalisti, Il principio delle connessioni rimase la linea guida degli [303] studi morfologici; la ricerca degli archetipi, a prescindere se anatomici o embriologici, continuò alla stesso modo di prima, e fu di secondaria importanza il fatto che, sotto l’influsso della teoria evolutiva, venissero considerati rappresentare reali forme ancestrali piuttosto che fantasie puramente astratte dell’intelligenza. La legge di Meckel-Serres risorse sotto nuova veste come la legge della ricapitolazione della filogenesi nell’ontogenesi; il naturale sistema di classificazione fu passivamente ereditato, e, [cadendo] in una petitio principii, preso a rappresentare il vero corso dell’evoluzione. Vero è anche che il tentativo di sostituire al posto del concetto di omologia il concetto puramente genetico di omogenia fu fatto, ma nessun accenno fu fatto a qualche possibile metodo di riconoscimento dell’omogenia oltre i logori metodi generalmente impiegati nella ricerca delle omologie.
Vi era una forte affinità spirituale tra gli evoluzionisti speculativi e i trascendentalisti. Entrambi avevano mostrato la stessa subcosciente brama per le concezioni semplicistiche – i trascendentalisti aggrappàti subito alla nozione di unità di tipo assoluta, dell’esistenza ideale dell’«animale unico», e gli evoluzionisti avevano fatto la stessa cosa esatta quando accettarono ciecamente e d’istinto la dottrina della discendenza monofiletica di tutti gli animali da un’unica forma primitiva. [...].
[307] Perché, potremmo chiederci, i morfologi furono così riluttanti ad ammettere la potenza creativa della vita? [...].
Le ragioni pare fossero molteplici. Intanto c’è la ragione fondamentale, che l’idea di un attivo organismo capace di creare ripugna l’intelligenza, e che cerchiamo in tutti i modi a noi concessi di sostituire con qualche altra concezione. Così facendo istintivamente ci agganciamo all’aspetto, relativamente minore, vivente degli organismi – loro abitudini e riflessi, la loro struttura ripetitiva – e ignoriamo l’attività essenziale che essi manifestano sia nel comportamento che nelle trasformazioni.
[...] Preferiamo pensare gli organismi come macchine, come invenzioni passive pian piano perfezionate di generazioni in generazione da qualche agente esterno, dall’ambiente o dalla selezione naturale, o quel che volete. Tutto ciò ci rende cauti nel pensare che la Natura sia prodiga di nuovi organi. [...].
[308] [...] La morfologia evoluzionistica, essendo in gran parte una forma di morfologia pura o non-funzionale, concorda quindi sotto tutti i rispetti essenziali con la morfologia pre-evolutiva o trascendentalista.
Conteneva però il germe di una nuova concezione che gettò nuova luce sull’intera scienza morfologica. Essa era la concezione dell’organismo come entità storica. [...].
[313] [...] Per capire bene la concezione dell’organismo come entità storica è necessario cogliere il nesso causale tra ontogenesi e filogenesi.
Vedremo nel prossimo capitolo che la trasformazione della morfologia da comparativa ad una scienza causale ebbe luogo verso la fine del secolo, e che alcuni passi furono compiuti verso la comprensione della relazione tra sviluppo individuale e storia ancestrale, particolarmente da Roux e Samuel Butler, che lavorarono con la feconda concezione lamarckiana della facoltà trasformativa della funzione.
[...].
Capitolo XIX. Samuel Butler e le teorie ereditarie della memoria
[335] [...] Accadde che proprio quando gli scritti di Roux cominciarono ad apparire un brillante tentativo di riesumare e completare la dottrina lamarckiana fu compiuto ad opera di Samuel Butler.
Un uomo di singolare vivacità e apertura mentale, combinando in un modo straordinario grande acutezza intellettuale e fanciullesca semplicità dello sguardo, Butler fu una delle più affascinanti figure del XIX secolo. Non era biologo di professione, e gran parte delle sue opere biologiche, per tale motivo, è imperfetta. Si mise sui centrali problemi della biologia con intelligenza imparziale ed efficace, e il suo atteggiamento nei confronti di tali problemi, proprio perché assunto da un colto profano, è particolarmente illuminante. [...].
[337] [...] Cercando di stabilire una stretta analogia tra memoria e eredità Butler prende spunto dalla comune esperienza del fatto che le azioni se si compiono la prima volta richiedono l’esercizio cosciente della volontà e dell’intelligenza, e sono poi svolte con difficoltà ed esitazione, ma gradualmente attraverso lunga pratica cominciano ad essere eseguite con facilità e automaticità, senza l’esercizio cosciente dell’intelligenza né della volontà.
Tentò di mostrare che questa è una legge generale – che la conoscenza e la volontà diventano intense e perfette solo quando esercitate per lungo tempo divenendo automatiche e inconsce – e applicò tale concezione alla spiegazione dello sviluppo. [...].
[338] [...] L’unica spiegazione possibile è che gli antenati dell’embrione hanno fatto tali cose così spesso, attraverso così tanti milioni di generazioni, che la conoscenza dell’embrione di come farle è diventata incosciente e automatica grazie a questa lunga pratica. Ciò implica che c’è in senso stretto una continuità effettiva della persona tra l’embrione e tutti i suoi antenati, cosicché le loro esperienze siano sue, la loro memoria altrettanto. [...].
[341] [...] La concezione teleologica di Butler dell’evoluzione organica fu di certo completamente opposta alle concezioni naturalistiche che dominavano la sua epoca. [...].
La teoria di Butler sulla vita e l’abitudine rimase solo un abbozzo, e forse non fu pienamente consapevole delle implicazioni filosofiche. Dall’epoca di Butler, un nuovo aspetto assunse la filosofia biologica grazie alle profonde speculazioni di Bergson.
Però non è impossibile che il futuro sviluppo del pensiero biologico seguirà qualcuna delle linee che egli ha tratteggiato.
[...].
Capitolo XX. La tradizione classica nella moderna morfologia
[345] Scrivere una storia dei movimenti contemporanei da un punto d’osservazione puramente oggettivo è naturalmente un compito impossibile. Risulta difficile per coloro che si trovano tra le onde vedere dove la corrente li stia portando: le tendenze del presente diverranno chiare soltanto a distanza di un ventennio. [...].
[364] [...] Quel che sarà il futuro corso della morfologia nessuno può dirlo. Ma si può azzardare l’opinione che il secolo presente vedrà un ritorno a un più semplice e modesto atteggiamento nei confronti dei grandi e irrisolti problemi della forma animale. Il materialismo dogmatico e le dogmatiche teorie dell’evoluzione tesero a nasconderci la complessità e il mistero dei fenomeni viventi. Abbiamo bisogno di guardare alle cose viventi con nuovi occhi e una più genuina sensibilità. Le vedremo allora come entità attive, vive, appassionate come noi, e cercheremo con la nostra morfologia, per quanto sarà possibile, di interpretare la loro forma secondo la loro attività.
Questo è ciò che Aristotele tentò di fare, e una serie di grandi intelletti dopo di lui. Faremo bene a trarre da loro quanto più giovamento possiamo.
Note
1. In italiano nel testo.
2. Si preferisce tradurre «trascendentalists» con «trascendentalisti» piuttosto che con «trascendentali» (forma parimenti usata in italiano) per una maggiore disambiguità del testo, sia nei contenuti che nella forma.
3. Naturalmente Russell cita la Critica del Giudizio (1790).