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Husserl e le «fenoscienze» di Petitot

Riflessioni sul saggio di Jean Petitot, “La svolta naturalista della fenomenologia”, in Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, a cura di M. Cappuccio, Bruno Mondadori, Milano 2006, pp. 95-123. Un’appendice alla breve introduzione che ho fornito (in tempi ormai remotissimi in ogni senso) nel n. 19 de Il Giornale della Filosofia.

In Neurofenomenologia, il pensiero di Husserl è assolutamente centrale, in quanto tale è nelle riflessioni del padre della disciplina stessa, Francisco J. Varela. Dai diversi autori del volume, Husserl è talvolta preso come misura regolativa della propria indagine filosofica o scientifica, talaltra invece criticato. Un esempio di questo secondo caso è presente nella prima sezione del volume, titolata “Matematismo e formalizzazione”, con il saggio – tecnico e alquanto caotico – di Petitot. Mentre quello di Alberto G. Biuso (“Il corpo come macchina semantica. Una prospettiva fenomenologica sull’intelligenza artificiale”, pp. 233-247), presente nella sezione seguente (“Corpo vivo e percezione spaziale”), difende una lettura “metafisica” della fenomenologia husserliana per allontanarla da approcci computazionalisti, qui – in contrasto, almeno su questo punto, con quanto sostenuto dallo stesso Varela – Petitot fornisce proprio quel tipo di lettura del pensiero di Husserl, allo scopo di reinserire all’interno dello standard scientifico contemporaneo la proposta fenomenologica contenuta, in particolare, nelle Ideen I. Il tentativo del matematico francese viene condotto in due momenti: nel primo intende cogliere i limiti del progetto husserliano, soprattutto nella sua concezione dicotomica di geometria ed “eidetica descrittiva”; dunque, nel secondo, vuole mostrare possibile colmare tale «vuoto» per mezzo di una «fenomenologia computazionale», un’ossimorica «fenomenologia naturalizzata».
In primo luogo, infatti, Petitot affronta i limiti della magistrale quanto complessa opera husserliana mostrando che tutte le descrizioni della geometria in essa contenute sono da considerarsi oggi – che Petitot scriva nel 1995 conta poco – del tutto antiquate dunque false, come, d’altronde, la netta distinzione della “fenomenologia descrittiva” da una “geometria esatta”, punto chiave dell’intera impalcatura teoretica dell’opera del filosofo tedesco. È noto come questi opponesse drasticamente le “scienze descrittive” – dipendenti dalla fenomenologia come scienza «eidetica, materiale, concreta e descrittiva» (p. 97) e deputate all’analisi delle «essenze morfologiche vaghe» ovvero quelle caratterizzanti ciò che si dà concretamente nell’intuizione immediata – alle “scienze esatte” – dipendenti dalla geometria come scienza sì eidetica e materiale ma «astratta ed esatta» e deputate all’analisi di «essenze geometriche» –, come testimoniato da questo passaggio del suo testo.

La geometria più perfetta e la sua applicazione pratica più perfetta non possono in alcun modo aiutare lo scienziato che vuole descrivere la natura a esprimere con dei concetti di geometria esatta quello che si esprime in maniera così semplice, così comprensibile, così pienamente appropriata, con parole come frastagliato, intagliato, dalla forma di lenticchia, d’ombrello ecc.; questi semplici concetti sono inesatti per essenza e non per caso; anche per questa ragione non sono matematici.1

Tuttavia – nota Petitot – «Husserl aveva una concezione hilbertiana della geometria. Per lui le teorie matematiche concernevano essenze esatte nella misura in cui erano finemente assiomatizzabili, complete e categoriche» (p. 115), perciò la geometria concepita da Husserl

non coglie le differenze eidetiche ultime (per esempio, le discontinuità qualitative costitutive degli schemi sensibili), né tutte le forme spaziali che sono oggetto di possibili intuizioni singole. Essa non le descrive, non le classifica. Essa deriva al contrario ogni sua forma da assiomi (pp. 115-116).

Così facendo Husserl avrebbe confuso «costruzione di oggetti e deduzione di formule», sennonché «i vissuti come essenze inesatte connessi nel flusso eracliteo della coscienza temporale e i vissuti convertiti attraverso la correlazione noetico-noematica in leggi formalizzabili proprie dell’essenza» (p. 117), distinguendo così fenomenologia e geometria. Su questa si basano le altre «pecche», ovviamente tali soltanto in un’ottica retrospettiva, del pensiero di Husserl, a loro volte legate l’una alle altre, quali:

  • concepire la fisica come indirettamente evidente in quanto basata sulla presunzione della matematica di essere «adeguata al reale»;
  • disgiungere la manifestazione fenomenologica a priori dall’essere fisico formalizzato e per questo privo di senso;
  • conseguentemente, criticare l’obiettivismo della fisica, subordinando proprio l’obiettività fisica alla manifestazione fenomenologica.

In sostanza, Husserl non avrebbe «saputo risolvere il problema “dell’origine della rappresentazione spaziale”» né quello «di una geometria morfologica che conferisca un contenuto matematico preciso al sintetico a priori costitutivo del noema percettivo» (pp. 114-115). Ulteriore grave impasse della teoria fenomenologica husserliana consisterebbe nell’aver concepito il ricorso, in alternativa alla geometrizzazione e alla descrizione concettuale (escluse per principio), al «lessico morfologico della lingua naturale» (p. 114), ossia alle espressioni linguistiche, per descrivere «le singolarità eidetiche inesatte» (p. 118) appartenenti alla sfera descrittiva. In questo modo, rileva Petitot,

la fenomenologia, che voleva essere una scienza eidetica del futuro post-matematico e post-fisico, non fa che regredire pesantemente verso una descrizione linguistica arcaica pre-matematica e pre-galileiana (p. 119).

Manca nel pensiero di Husserl, secondo Petitot, una «geometria morfologica» che colmi tale divario.
Una sua costruzione è lo scopo di quello che sopra abbiamo definito il secondo momento del saggio. Qui Petitot, in prima istanza (in realtà non prima di aver ricordato illustri «precedenti della naturalizzazione all’interno della tradizione fenomenologica» come i casi di Johannes Daubert, Roger Chambon e, su tutti, Maurice Merleau-Ponty), introduce brevemente i caratteri fondamentali della fenomenologia di Husserl – quali le essenze, le ontologie regionali, il sintetico a priori, l’«epoché», la riflessione, il flusso dei vissuti, i «noemi» (nucleari), gli oggetti e i «caratteri tetici» – per fornirne, successivamente, una lettura esplicativa secondo l’ottica computazionale. A titolo d’esempio, Petitot constata che, sotto un certo aspetto, «il “sintetico a priori” corrisponde (…) essenzialmente a una tesi di modularità e d’incapsulamento degli oggetti (…) non è una proprietà inerente a certi enunciati ma una strategia di costituzione d’oggettività» (p. 109); oppure, riguardo al flusso temporale dei vissuti, le regole eidetiche che lo vincolano «corrispondono a degli algoritmi, a dei programmi, a delle procedure (implementate nel processo materiale di cui i vissuti rappresentano la parte accessibile con la riflessione)» (p. 110) anche se sapere come «tali noesi producano (…) i poli d’unità e d’identità oggettuale costitutivi dei noemi nucleari» (Ibidem) è un affascinante problema ancora totalmente aperto.
Dunque, si possono cogliere tanto delle somiglianze quanto delle differenze tra la fenomenologia husserliana e il computazionalismo contemporaneo (la summenzionata tesi di Dreyfus). Per quanto riguarda le prime, Petitot rileva:

  • la correlazione tra atti mentali e noesi e tra «strutture ideali di senso» (p. 105) e noemi,
  • la convergenza del solipsismo metodologico legato all’epoché e della realizzabilità multipla, e
  • il rapporto che lega il noema e le modificazioni intenzionali inteso come anticipazione della teoria computazionale degli atteggiamenti proposizionali.

Differenze rilevanti si possono invece considerare i seguenti fatti:

  • che «il funzionalismo husserliano non è sintattico ma concettuale» (p. 106),
  • che «il carattere intenzionale delle rappresentazioni mentali è in Husserl intrinseco» (Ibidem) e non epifenomenale.

A questo punto è possibile spiegare come effettivamente si possa completare (cioè naturalizzare) la fenomenologia husserliana. Le ultime teorie fisico-matematiche – Petitot ha in mente la teoria delle catastrofi e delle biforcazioni, degli attrattori di sistemi dinamici non lineari, la teoria dei fenomeni critici e della rottura di simmetria, la teoria dell’auto-organizzazione e degli stati critici auto-organizzati, la termodinamica non lineare, et similia – sono in grado di spiegare come unità microscopiche possano organizzarsi in strutture emergenti macroscopiche, sulla base di fenomeni d’interazione collettivi coordinati (mesoscopici). Per mezzo di esse è oggi possibile traghettare le scienze naturali verso «feno-scienze», scienze che elaborano aspetti qualitativi «delle morfologie fenomenali» (p. 105). Questa «macrofisica qualitativa dei sistemi complessi» (Ibidem) oltrepassa di gran lunga i limiti della geometria e della fisica concepite da Husserl: è così possibile, secondo Petitot, sciogliere il vincolo, posto dal filosofo tedesco agli inizi del secolo scorso, che separa la fenomenologia – come analisi qualitativa, essenziale, del percepire-costituendo il reale – dalle scienze “esatte” e costituire «un terzo-termine fenomenologico» (p. 101) che, in primo luogo, sia un “linguaggio” qualitativo della percezione; in secondo luogo, che condizioni le strutture del linguaggio permettendo una descrizione qualitativa del percepito; e infine, che sia derivabile dai formalismi stessi dell’obiettività fisica. Spiega Petitot che

si possono modellizzare geometricamente le essenze morfologiche vaghe e schematizzare i loro a priori sintetici (…) I vissuti estesici possono essere perfettamente simulati computazionalmente e i loro correlati morfologici possono essere morfodinamicamente modellizzati, pur restando dati immediatamente nell’evidenza dell’intuizione d’essenza (p. 116).

Tutto ciò soddisfacendo i criteri imposti da Husserl per una geometria dei vissuti. Ossia che, in sintesi, proceda in maniera descrittiva, classifichi «qualitativamente le forme spaziali singolari e le singolarità eidetiche ultime» (p. 119), idealizzi le essenze inesatte e costruisca concetti morfologici sulla base di tipi vaghi di forme.
Il progetto di Petitot appare ambizioso e fondato. Tuttavia, ritengo più consone per uno studio efficace e reale sulla scientia le vie percorse dalla filosofia, quei metodi – cioé – che affrontano i problemi partendo dal presupposto che la scienza si dia come tale, ossia problematica, e non come punto di partenza inamovibile da cui partire. Per tale motivo ricordo due di queste vie. La prima può essere la teoria di Riccardo Manzotti e Vincenzo Tagliasco, la quale sembra accordarsi molto col progetto di Petitot ma mantenendo un forte ancoraggio ai metodi filosofici di risoluzione dei problemi. Essi infatti parlano di una «teoria della mente allargata»,

dove il soggetto è l’insieme delle relazioni intenzionali che costituiscono il contenuto del sé. La mente non è più qualcosa di distinto dalla realtà come nella tradizione dualista, non è una funzione trascendentale in senso kantiano, non è una sostanza separata, non è una costruzione sociale, non è una costruzione a partire da misteriose entità inspiegabilmente dotate di significato, non è identica a un oggetto fisico quale il cervello privo di ogni possibilità di produrre qualcosa di etereo come il significato, non è più solo un concetto linguisticamente utile, non è un insieme di disposizioni o di funzioni privo di un dichiarato ed esplicito supporto ontologico, ma è una parte della realtà.2

Petitot suppongo sarebbe d’accordo. La differenza sta nel modo di concepire i punti di partenza e d’approdo: concorderanno infatti che la scienza vada superata. L’uno dalle “fenoscienze”, gli altri dallo studio delle “onfene”. E l’approccio è sensibilmente diverso:

ogni manifestazione della realtà è contemporaneamente esistenza, rappresentazione e relazione-con. Queste tre categorie, in apparenza incommensurabili, hanno un supporto naturale, un’unità logicamente necessaria e fondante (…). La conclusione è che il livello elementare della realtà non vede come suoi costituenti elementari le tre accennate categorie ma un unico costituente. Per questo costituente coniamo un neologismo: onfene.3

Il termine è una sorta di acronimo di ontologia, fenomenologia ed epistemologia – che andrebbero ad essere un’unica entità. Gli autori sottolineano poi proprio questi assunti metodologici:

L’assunto, e la speranza di fondo di ogni filosofo e di ogni scienziato, è che aldilà della molteplicità delle cose esperibili esista un qualche ordine che attende soltanto di essere svelato. Poiché la totalità dei fatti è data dalle carte del mazzo, la coscienza – ovvero la mente cosciente – si costituisce a partire da queste. Anzi ogni coscienza individuale corrisponde alle carte pescate da un giocatore, cioé alle esperienze da lui fatte. (…) La TMA [Teoria della Mente Allargata] cerca di fare uso di tutte le carte.4

Se la prima delle vie, le onfene di Manzotti e Tagliasco, sono abbastanza affini al progetto di Petitot, la seconda forse lo è meno. Questa potrebbe infatti essere la riflessione di Gregory Bateson. I nessi con la teoria delle onfene sono più d’uno: l’onfene viene infatti definita dai due autori come una «relazione intenzionale» e

la relazione intenzionale è qualcosa che fa una differenza. Potremmo dire che la sua natura consiste e si esprime nel fare una differenza.5

Ebbene, proprio a Bateson – come rilevano gli stessi autori – si deve questa definzione, che egli attribuiva al concetto di informazione come «differenza che fa la differenza».6 Ma viene subito applicata alla mente, dacché

L’interazione tra le parti della mente è attivata dalla differenza e la differenza è un fenomeno asostanziale, non situato nello spazio o nel tempo; più che all’energia, la differenza è legata all’entropia e all’entropia negativa.7

Infatti – altra affinità con le riflessione di Manzotti e Tagliasco – anche Bateson sviluppa una teoria della mente “allargata” nella quale la mente umana è un tassello del mosaico mondiale del sistema-cosciente. Il pensiero profondo di Bateson porterebbe lontano le nostre già peregrine divagazioni.
Quel che lega Husserl e Bateson – come anche Manzotti e Tagliasco, nel senso visto – a Petitot sta proprio, dunque, nel riconoscere o meno l’«arroganza» della scienza, come afferma lo stesso Bateson.

(…) Primo, c’è l’umiltà; e non la propongo come principio morale, sgradito a un gran numero di persone, ma semplicemente come elemento di una filosofia scientifica. Nel periodo della rivoluzione industriale il disastro più grande fu forse l’enorme aumento dell’arroganza scientifica. Si era scoperto come costruire treni e altre macchine; si sapeva come mettere le casse una sull’altra per raggiungere la mela, e l’uomo occidentale si vedeva come un autocrate dotato di potere assoluto su un universo fatto di fisica e chimica; e i fenomeni biologici alla fin fine si dovevano poter controllare come i processi sperimentali in una provetta. L’evoluzione era la storia di come gli organismi apprendevano strategemmi sempre più numerosi per controllare l’ambiente, e gli stratagemmi dell’uomo erano i migliori di quelli di qualsiasi altra creatura. Ma quell’arrogante filosofia scientifica è ora fuori moda, ed è stata sostituita dalla scoperta che l’uomo è solo una parte di più vasti sistemi e che la parte non può in alcun caso controllare il tutto.8

Note
1. Petitot (p. 117) traduce da Edmund Husserl, Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie (Husserliana III-IV), Max Niemeyer, Halle 1913, p. 236.
2. Riccardo Manzotti, Vincenzo Tagliasco, Coscienza e realtà. Una teoria della coscienza per costruttori e studiosi di menti e cervelli, Il Mulino 2001, pp. 237-238.
3. Ivi, pp. 195-196.
4. Ivi, pp. 534-537.
5. Ivi, p. 217. Cfr. anche ivi, p. 76.
6. Cfr. Gregory Bateson, Mente e natura. Un’unità necessaria, Adelphi 1984 (in particolare, pp. 134-135); Id., “Forma, sostanza e differenza”, in Verso un’ecologia della mente, Adelphi 1967, p. 493.
7. Id., Mente e natura, op. cit., p. 126.
8. Id., Verso un’ecologia della mente, op. cit., p. 477.