Il volto smarrito del dio

Se è vero che, come ripeteva Kierkegaard ad ogni piè sospinto, in ogni generazione v’è un uomo il cui destino è quello di essere sacrificato per gli altri1, allora quanti unti, quanti messia, quanti salvatori ha conosciuto il mondo! Eppure si insinua sempre, tra le pieghe delle vicende di salvazione e martirio, l’ombra del traditore. E tuttavia il quadro escatologico inscatola gli eventi in una ferrea necessità, la quale presta il piede per uno sgarbato sgambetto logico: senza l’opera del traditore, difatti, non si sarebbe dato il sacrificio. Facilmente capitomboliamo in queste domande: e se tutto fosse un misconoscimento? E se tutto fosse tenuto volutamente e divinamente nell’ombra e il dio che crediamo di conoscere, glorioso e luminoso, fosse niente più niente meno che una bestemmia? Balena allora la convinzione che al divino attenga una teologia negativa; non perché di lui si può dire solo ciò che non è; ma proprio nel senso di attribuire al negativo il significato di pessimum.
In una delle Finzioni di Borges, segnatamente in Tre versioni di Giuda, è narrata la vicenda di Nils Runeberg, teologo di Lund e membro dell’Unione Evangelica Nazionale. Costui scrive un testo allucinatorio ma stringente: Kristus och Judas di cui l’epigrafe recita:

Nel mondo era, e il mondo fu fatto per lui, e il mondo non lo conobbe (Gv, I, 10).

Ed ecco come Borges ci presenta le argomentazione di questo fantomatico testo:

Dio, argomenta Runeberg, s’abbassò alla condizione di uomo per la redenzione del genere umano; ci è permesso di pensare che il suo sacrificio fu perfetto, non invalidato o attenuato da omissioni. Limitare ciò che soffrì all’agonia d’un pomeriggio sulla croce, è bestemmia. Affermare che fu uomo e che fu incapace di peccato, implica contraddizione: gli attributi di impeccabilitas e di humanitas non sono compatibili. […] Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso. Per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda.2

Ecco il pessimum: il messia è colui che viene ricordato con il massimo dell’infamia, colui che tradì quell’altro che passò alla storia come il vero messia. Di contro alla gloria, alla luminosità, alla potenza ed alla forza, tratti tipicamente troppo umani anche se sublimati, dio si incarna in chi compie il delitto nella maniera più vile. Le carte dell’escatologia vengono mischiate. Gli occhi luminosi di Gesù sono sostituiti dalla cupezza dell’impiccato. Il crocifisso è inchiodato alla croce; devono farlo scendere a forza. L’impiccato è appeso a un filo, a una corda tesa tra il divino e l’infimo uomo. Tutti ricercano il volto del Cristo. A nessuno importa l’effigie stampata sui trenta denari. Eppure la constatazione più malinconica e nostalgica rimane pur sempre la perdita del volto di qualsiasi messia. L’essere umano è sempre fisionomista. L’idea nasce all’intuizione dello sguardo; il problema è avere l’intuizione, per questo (come disse un uomo di cultura) bisogna imparare ad essere dei buoni fisionomisti. Non è in questione il pregiudizio (in cui del resto siamo sempre); si tratta della fulmineità, dell’epifania che dappoi esige la spiegazione e l’argomentazione. Sostengo la visione immediata, lo sguardo d’insieme rivolto al Tutto che sta prima e dopo qualunque spiegazione.
Ebbene, questo coglimento immediato non lo abbiamo più di nessuna divinità. Un presunto sudario non vale certo una statua greca. Il dio greco è fisiognomico; il dio cristiano tenta di sfuggire all’iconicità. Per non parlare del divieto di raffigurare Allah o il suo profeta. Non vedere (in senso greco) è non conoscere (in senso greco). Si può conoscere se stessi solo vedendosi. Ecco quanto ne dice Borges in Paradiso, XXXI, 108 [si tratta di commento al seguente verso della Commedia dantesca: «vieni a veder la Veronica nostra»]:

Gli uomini han perduto un volto, un volto irrecuperabile, e tutti vorrebbero essere quel pellegrino (sognato nell’empireo, sotto la Rosa) che a Roma vede il sudario e mormora con fede: Gesù Cristo, Dio mio, Dio vero, così era, dunque, la tua faccia?
Un volto di pietra c’è in una strada, e un’iscrizione che dice: “Il vero Ritratto del Santo Volto del Dio di Jaén”; se davvero sapessimo come fu, possederemmo la chiave delle parabole e sapremmo se il figlio del falegname fu anche il Figlio di Dio.
[…] Abbiamo perduto quei lineamenti, come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali; come si perde per sempre un’immagine nel caleidoscopio. Possiamo scorgerli e non riconoscerli. Il profilo di un ebreo nella ferrovia sotterranea è forse quello di Cristo; le mani che ci porgono alcune monete a uno sportello forse ripetono quelle che i soldati, un giorno, inchiodarono alla croce.
Forse un tratto del volto crocifisso si cela in ogni specchio; forse il volto morì, si cancellò affinché Dio sia tutti.
Chi sa se stanotte non lo vedremo nei labirinti del sogno e non lo sapremo domani.3

Non potendone scrutare il volto, ci è preclusa qualsiasi comprensione (e quindi anche qualsiasi incomprensione) del divino. Nella solitudine reciproca in cui stanno l’uomo ed il dio dal volto smarrito si stagliano la morte di dio, l’inaccessibilità del sacro e la profanazione del Tempio terracqueo.

Note
1. «In uno dei miei primi colloqui con “lei” [Regina Olsen], quando mi trovavo più profondamente agitato e sconvolto, le dissi che in ogni generazione c’era sempre qualche uomo destinato a esser sacrificato per gli altri». (S. Kierkegaard, Diario, R.C.S., Milano 1997, pag. 118)
2. J. L. Borges, Tutte le opere, vol. I, Mondadori, Milano 1984, pagg. 750-751.
3. Ivi, pag. 1153.
Un riferimento immediato può essere un mio post. E viene in mente – oltre al Caffè Filosofico del Prof. Raciti nel suo scambio col Prof. Biuso – un libro di qualche anno fa del Prof. Antonio Di Grado, Giuda l’oscuro. Letteratura e tradimento.

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